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La leggerezza dello scrivere

Oggi tra social e altre rapide forme di comunicazione un po’ tutti fanno informazione, ma quello che distingue il lavoro del giornalista è soprattutto l’approfondimento e la verifica

22 febbraio 2022

Proprio un paio di settimane vi ho raccontato su Superabile dell’incredibile storia del piccolo Mustafa El Nezel e della sua famiglia. Come prevedibile, non sono stato l’unico a parlarne e le molte parole spese intorno alla vicenda hanno aperto ulteriori riflessioni.
Tra queste, mi ha colpito particolarmente quella sui modi che oggi la stampa usa per comunicare la disabilità. A farlo, oltretutto, sono spesso giornalisti che la vivono su di sé e che, attraverso i loro articoli, commenti radio e programmi televisivi, contribuiscono, a volte bene a volte male, a darci una precisa rappresentazione della disabilità.
Su questo ha riflettuto a lungo il mio collega e amico Giuseppe Antonio Malafarina nel suo pezzo intitolato, Come si scrive un articolo senza lasciarsi travolgere dalle emozioni, pubblicato su “InVisibili”, il noto blog del Corriere della Sera.
Così scrive Malafarina: “Una delle prime cose che ti insegnano ai corsi sul giornalismo in materia di disabilità, quando li trovi e quando sono buoni, è che il linguaggio deve essere neutro per non essere abilista. In pratica: se parli troppo bene di una persona con disabilità per via della sua disabilità le ricavi un posto eroico nella comunità, quindi la recludi in una nicchia, e se ne parli in maniera emotiva la destini alla categoria lacrime assicurate, spingendola nel cliché della disabilità patetica”.
Insomma, il continuum “eroe – poveretto” è sempre in guardia dietro l’angolo!
Che fare allora? “Non enfatizzare la condizione di disabilità – suggerisce il giornalista di Invisibili - Di una persona che fa certe cose bene, o male, si parla nella sua interezza, senza stare troppo a indugiare sul fatto che sia disabile […].
Di Bebe Vio ormai si parla giustamente più della campionessa e del personaggio che non degli arti che mancano. Se si può fare per lei si può fare per tutti”.
Ringraziando Antonio per questo bello spunto, posso aggiungere che, nella mia esperienza personale, è successo innumerevoli volte che dei colleghi abbiano parlato di me come di “uno scrittore/giornalista dello sguardo”. Una persona che “a dispetto della sua immobilità, è riuscito ad esprimere il proprio pensiero su carta, oltre che andare nelle scuole nel ruolo di attivista, educatore e formatore”.
Non posso di certo negarlo, così come, è innegabile, in questo modo di descrivermi si pone l’accento sulla disabilità. Eppure, a mio parere, la disabilità non è problema, è un “passaggio obbligato”,  perché è difficile, se non impossibile, non considerare i deficit parte della vita e della condizione della persona stessa.
Se è vero poi che oggi, tra social e altre rapide forme di comunicazione un po’ tutti fanno informazione, quello che distingue il lavoro del giornalista è soprattutto la sua capacità di approfondimento e verifica: andare sempre alle fonti, non fermarsi mai alle apparenze.
Scrivere di disabilità, dunque, significa addossarsi la sfida di contribuire a un cambiamento d’immagine e contemporaneamente non trascurare la veridicità dei fatti, come descrivere l’handicap per quello che è, senza falsi buonismi.
Per farlo ci vuole tempo, e questo lo dice anche Malafarina - facendo riferimento a personaggi famosi quali Bebe Vio, Alex Zanardi, Stephen Hawking: “Si può parlare di moderni eroi senza indugiare sulla disabilità. Ma questo se lo sono guadagnati aspettando che il mondo comprendesse che la disabilità non era che una parte di essi, benché determinante forse fino a essere motivo del loro stesso essere personaggi”.
Detto ciò, continuo a pensare che, nel mio modo di scrivere della disabilità, la chiave di tutto resti sempre il  “comunicare con ironia”, con una leggerezza ormai andata perduta, senza rinunciare a una certa sensibilità di fondo, perché l’empatia è ancora essenziale e va valorizzata.
Concludendo, mi unisco ancora alle parole di Antonio nell’affermare che il quid che contraddistingue un buon giornalista sta nel : “soppesare, essere ragionevoli, conoscere il mestiere, sapersi guardare dentro e avere senso critico. Un buon romanziere sa come narrare il suo eroe e se non vuole esaltarlo lo racconta sottovoce”.
Spero, in questi anni, di esserci almeno in parte riuscito.
E voi, come raccontate le vostre storie?
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

di Claudio Imprudente

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