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Convinzioni o convenzioni?

Riconoscere la propria unicità e coltivarla, entrare in contatto con tutte le parti che ci compongono è una conquista…

16 febbraio 2022

“Stai andando forte, apri tutte le porte., brucia tutte le scorte..” canta ancora Gianni Morandi dopo la sua vivace perfomance sanremese. Un ritornello allegro e orecchiabile, quello del terzo classificato, di cui si sentiva il bisogno e che ci accompagnerà ancora per un po’, magari alla radio, in macchina, quando andiamo a fare la spesa, complice lo zampino di Jovanotti che, si sa, di rime se ne intende.

A completare questa bella ventata di aria fresca quest’anno la storica kermesse ha dato il meglio di sé, grazie all’intervento, lo avrete già capito, della bravissima Drusilla Foer, che al refrain di Morandi ha aggiunto una semplice quanto rivoluzionaria parola: “unicità”.

Alter ergo dell’attore Gianluca Gori, il personaggio della nobildonna toscana, definita da tutti “un ciclone di intelligenza ed eleganza”, si è fatto portavoce di un nuovo modo di intendere la conduzione del festival, della femminilità, del rapporto con gli altri, divenendo subito l’icona-simbolo di questa edizione.
A diventare virale tuttavia è stato soprattutto il discorso dell’artista sulla parola “diversità”, un discorso che mi ha divertito e commosso allo stesso tempo, un bel passo in avanti nel modo di nominare e percepire (anche) la disabilità.

“Diversità” è infatti una parola, per chi si occupa di inclusione, davvero gettonatissima. Una parola che, sottolinea Drusilla,  “ha sempre in sé qualcosa di comparativo, una distanza. Quando la verbalizzo – aggiunge l’attrice, pittrice e cantante- sento sempre di tradire qualche cosa che sento”.

Le parole però, lei lo sa bene, sono fatte per evolversi e cambiare di pari passo con il mondo e la società, in fondo, aggiunge con ironia: “Le parole sono come gli amanti, quando non funzionano più vanno cambiati subito”.

Quale parola, allora, potrebbe sostituire “diversità” se oggi ci appare così inattuale e incompleta? Drusilla ci ha pensato su ed è arrivata a una conclusione: “unicità”. Un termine, esclama la nobildonna, molto convincente.

Una bellissima parola, non c’è che dire, ma non per questo facile da gestire.

Drusilla non cade in falsi buonismi e ci ricorda che anche se ognuno di noi è un “pezzo unico”, fatto di cose belle e brutte (ambizioni, valori, talenti, dolori, perdite e difficoltà...) riconoscere la propria unicità e coltivarla è in realtà una conquista.

Entrare in contatto con tutte le parti che ci compongono, chi fa il mio lavoro lo sa bene, è difficilissimo, richiede un percorso di accettazione, di consapevolezza e spesso ci vuole del tempo.

Elevare in un grande abbraccio le caratteristiche e i vissuti che ci abitano e dirsi “questo/a sono io”, come ci esorta a fare l’artista, è sicuramente il primo passo.

Ma c’è di più, c’è l’apertura della porta, per dirla ancora Morandi, all’altro da noi, c’è l’atto più rivoluzionario di tutti, come conclude Drusilla, l’ascolto.

“Confrontiamoci gli uni con gli altri gentilmente, accogliamo il dubbio che le nostre convinzioni non siano solo delle convenzioni”.

Ecco, personalmente per me Sanremo avrebbe potuto concludersi qui, con questa frase che ingloba davvero tutto.

Se poi penso che Drusilla, durante la sua canzone da gran finale, ha tirato in ballo pure la parola “inciampare” questo articolo non lo finisco più!
Che dire, Sanremo è Sanremo eh!

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di Claudio Imprudente

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