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Com'è bello pagaiare. In surf

Grazie alla cooperativa sociale trentina Arché, in cinque anni oltre 120 ragazzi con autismo o altre disabilità cognitivo-relazionali hanno praticato in Valsugana il sup surfing. Come funziona? Si sta in piedi su una speciale tavola da windsurf, che garantisce maggiore galleggiamento e non prevede la vela, spostandosi grazie a una pagaia. Progetto pilota a livello nazionale e internazionale. E le università di Verona e di Trento avviano una ricerca

31 maggio 2016

TRENTO - In piedi sulla tavola da surf pagaiando, sullo sfondo il lago di Caldonazzo nella Valsugana, a una manciata di chilometri da Trento. Un'esperienza unica che, in cinque anni, ha coinvolto oltre 120 ragazzi con autismo o altre disabilità cognitivo-relazionali. Si chiama sup surfing e a sperimentarlo con convinzione è la cooperativa sociale trentina Arché, che ha avviato "Sup ability": un progetto pilota a livello nazionale e internazionale, che sta dando risultati tali da aver convinto anche le Università di Verona e di Trento ad avviare una ricerca in proposito. Il progetto è raccontato sul mensile SuperAbile Inail. Il sup surfing è una variante del surf tradizionale in cui si sta in piedi su un longboard, una speciale tavola da windsurf che garantisce un maggiore galleggiamento rispetto alle tavole classiche e non prevede la vela, spostandosi grazie a una pagaia. Queste tavole, grazie allo sviluppo armonico dei volumi e delle linee d'acqua, permettono una navigazione dolce e un'elevata direzionalità ma anche, a seconda della pagaiata, uno sforzo notevole a livello fisico. "Attraverso la pratica del sup surfing si lavora pressoché sulla totalità della muscolatura corporea e sulla motricità per affinare o aumentare equilibrio, coordinazione e lateralizzazione con positive ricadute anche sulla quotidianità della persona - spiega Michele Bertolotti della cooperativa Arché -. Il sup surfing è uno sport relativamente semplice, che offre alle persone con autismo la possibilità di mettersi alla prova acquisendo nuove abilità e, di conseguenza, aumentare la fiducia in se stessi e aprirsi alla relazione con le altre persone".

Oltre un centinaio i giovani finora coinvolti. "Abbiamo deciso di mettere in piedi questo progetto dopo aver visto utilizzare la tavola da sup surfing sul lago di Garda - ricorda il presidente di Arché, Gianluca Samarelli -. Questo strumento ci è subito sembrato importante, poiché permette di lavorare molto bene sull'equilibrio, la percezione del proprio corpo, la capacità di relazionarsi". Nel primo anno di sperimentazione sono stati coinvolti dodici ragazzi dell'azienda provinciale di servizi alla persona "Don Ziglio" di Levico Terme (Trento) lavorando all'interno della loro piscina coperta. Con l'aiuto di un fisioterapista è stata predisposta una batteria di esercizi per imparare a usare la tavola. "L'anno successivo abbiamo continuato a lavorare in questa direzione e a impostare buone prassi per gli esercizi, coinvolgendo anche altre realtà locali, come l'associazione Prisma di Arco, e iniziando a coinvolgere persone con disturbi dello spettro autistico - spiega il presidente -. Così ci siamo accorti che questo tipo di attività sembrava dare buoni risultati in termini di soddisfazione personale e maggiore capacità di relazionarsi con i compagni di surf".

Al terzo anno di sperimentazione la decisione è stata di focalizzarsi con maggiore attenzione proprio sui benefici di questa pratica sportiva nell'autismo. È entrata nella partita l'associazione Genitori soggetti autistici del Trentino e si è lavorato con circa 15 ragazzi. Sono stati migliorati ulteriormente gli esercizi e adattate le buone prassi. Con i "veterani" del programma sono state fatte anche uscite in altri laghi del Trentino, per surfare in contesti non conosciuti e testare il loro approccio davanti alle novità.

A questo punto l'attività ha iniziato a strutturarsi e a essere guardata con interesse dagli esperti. È nato così, in collaborazione con la facoltà di Scienze motorie dell'Università di Verona, uno studio sperimentale di ricerca a cura della docente Francesca Vitali e della ricercatrice Valeria Marconi. Nel frattempo la cooperativa Arché è riuscita anche a coinvolgere il Laboratorio di osservazione diagnosi e formazione del dipartimento di Psicologia e scienze cognitive dell'Università di Trento, attraverso la professoressa Paola Venuti e la ricercatrice Chiara Cainelli, che in un recente convegno hanno affermato: "I risultati emersi suggeriscono la possibilità di poter sfruttare questa attività sportiva per incrementare alcune abilità sociali e comunicative sia nel rapporto allievo-insegnante sia nelle relazioni tra pari". I dati, infatti, sono positivi in termini di benefici raggiunti dal punto di vista sia motorio sia psicologico: i ragazzi (lo scorso anno quelli coinvolti avevano dai 10 ai 18 anni) hanno sviluppato una migliore capacità di interazione e la loro soglia di attenzione sembra aver subito un notevole aumento, insieme alla predisposizione alla relazione con gli altri.

Visti i risultati, l'obiettivo di Arché è di continuare in questa direzione, cercando nuovi fondi per portare avanti il progetto di ricerca e diffondere le buone prassi sperimentate in questi cinque anni di attività. Soprattutto perché in Italia - e, sembra, anche a livello internazionale - non esistono progetti analoghi. "Nel nostro Paese esistono casi singoli di genitori che hanno scoperto questa attività e la praticano autonomamente - riferisce Samarelli -, ma non c'è niente di strutturato. Un programma così vasto e di ricerca lo facciamo solo noi. Adesso "Sup ability" diventerà un programma registrato e cercheremo di condividere la metodologia che abbiamo definito, promuovendo attività di formazione a livello nazionale e internazionale". (Giorgia Gay)

(31 maggio 2016)

di d.marsicano

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