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Arte, musica, animali: terapie o semplici attività?

Male non fanno, ma non è riabilitazione. Solo il fisioterapista, il massoterapeuta e chi si occupa di terapia occupazionale o di psicomotricità sono figure regolate dalla legge. Le altre sono in attesa di essere riconosciute come associazioni responsabili

9 agosto 2010

ROMA - Arte, musica e animali: la questione è tutta nella parola "riabilitazione". Perché discipline come quelle della musico-terapia, dell'arte-terapia e della pet-therapy (la terapia assistita dagli animali) infatti, il cui confine con il mondo della rieducazione socio sanitaria è alquanto labile e confuso, spesso determinano molta incertezza circa il riconoscimento o meno della professione da un punto di vista terapeutico. Per la normativa italiana solo il fisioterapista o terapista della riabilitazione (i due titoli sono equipollenti), il massoterapeuta e chi si occupa di psicomotricità e di terapia occupazionale (che prevede l'utilizzo di attività espressive, manuali e ludiche rappresentative della vita quotidiana) sono figure professionali riconosciute, regolate dalla legge e per cui serve una laurea ad hoc. Tutte le altre attendono il via libera da parte del Cnel; ma non come professioni quanto piuttosto come associazioni di categoria responsabili della formazione che propongono.

Oggetto di un ampio dibattito sull'efficacia scientifica del metodo proposto sono invece la terapia assistita dagli animali, l'arte-terapia e la musico-terapia. "La stessa pet-therapy, che è la più accreditata, non è ancora formalmente riconosciuta come vera e propria terapia ma viene erogata in un ambito sperimentale e solo in un contesto regionale di welfare sociale", spiega Antonio Bortone, presidente di Coordinamento nazionale associazioni professioni sanitarie (Conaps). "È da tempo che musico-terapeuti e terapisti che usano gli animali cercano il riconoscimento professionale da parte del ministero competente, quello della Sanità: ciò che però ancora manca a questi percorsi è la validità scientifico terapeutica del metodo. Questo vale per tutte quelle prestazioni che chiamiamo ‘complementari' alla terapia, ovvero complementari alla cura riabilitativa portata avanti da uno specialista della riabilitazione. Se le prestazioni non sono seguite da un operatore sanitario, cioè da un fisioterapista, diventano prestazioni di benessere", continua Bortone. "Quindi non si tratta né di cura né di riabilitazione".

Chi si occupa di ippoterapia l'ha capito. "I nostri corsi di riabilitazione a mezzo del cavallo, che valgono come punteggio per l'educazione continua in medicina (i cosiddetti crediti Ecm), vanno a specializzare il bagaglio culturale di un professionista, dal medico allo psicologo, dal fisioterapista all'operatore sportivo o all'insegnante", dice Daniele Nicolas Citterio, la presidente del consiglio direttivo dell'Associazione nazionale italiana di riabilitazione equestre e di equitazione ricreativa per gli handicappati (Anire). "L'ippoterapia non è una tecnica, ma un'area", precisa. "Per rendere l'idea sarebbe come se un medico prescrivesse un farmaco, senza dire quale. L'importante dunque è sapere quali tecniche stanno somministrando gli operatori e se rientrano tra le tecniche di riabilitazione strumentale oppure tra quelle di sport".

Musico-terapia e arte-terapia sono invece più indietro. "Noi siamo impegnati nel riconoscimento della nostra associazione da parte del Cnel, non nel riconoscimento della professione in sé", spiega Giulia Cremaschi Trovesi, presidente della Federazione italiana musicoterapeuti (Fim). "Essere riconosciuti significa essere responsabili della formazione che offriamo e della sua qualità. E grazie all'accreditamento al ministero dell'Istruzione, abbiamo la facoltà di proporre attività educative. Possiamo anche operare in ambito sanitario, ma solo in équipe con medici o fisioterapisti. Il problema è la parola terapia", commenta Cremaschi Trovesi. "Noi crediamo di essere più educatori, o formatori, piuttosto che riabilitatori. Il nostro intervento non può considerarsi sanitario, ma la confusione che esiste in questo campo non è solo politica, è anche associativa. Non tutte le associazioni di musico-terapia, infatti, sono su questa linea: c'è anche chi vorrebbe un riconoscimento terapeutico e dunque sanitario. Io sostengo che noi non riabilitiamo ma educhiamo nuovamente chi, a seguito di un trauma, ha bisogno di nuovi strumenti di comunicazione e relazione". A prescindere dallo strumento utilizzato quindi (musica, asini, cavalli, sport o pittura che sia), quando si parla di riabilitazione da un punto di vista socio sanitario è il titolo quello che conta. E la laurea è meglio.

Solo la pet-therapy è già realtà, ma solo in alcune regioni italiane. A livello nazionale solo proposte di legge. L'ultimo progetto presentato, che risale al 2008, porta la firma di Gianni Mancuso, parla di profili professionali, programmi scientifici, criteri per la certificazione degli enti e delle associazioni abilitati a erogare attività e terapie assistite dagli animali, di protocolli di addestramento e modalità di erogazione dei servizi, e ha riunito le precedenti proposte avanzate in questi anni in Parlamento. Ciò nonostante, una qualche forma di valenza questa pratica l'ha ricevuta: la terapia assistita dagli animali, infatti, è stata inserita nel decreto del Presidente del Consiglio del 28 febbraio 2003 che ha recepito l'accordo tra il ministero della Salute, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano "in materia di benessere degli animali da compagnia e pet-therapy". In particolare il testo prevede, da parte del governo e delle regioni, l'adozione di disposizioni finalizzate anche a "utilizzare la pet-therapy". Grazie a questo accordo, il Veneto e la Puglia hanno poi riconosciuto la terapia assistita dagli animali, gli ambiti di convenzione e le strutture accreditate con apposite leggi regionali. Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Lazio e Sardegna, invece, sono in attesa di approvare una propria normativa. (Erica Battaglia)

(9 agosto 2010)

di d.marsicano

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