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Una storia partigiana e una bambina molto scorbutica

“Giuditta e l’orecchio del diavolo” di Francesco D’Amato (Giunti) è un romanzo destinato ai più giovani che ha per protagonista una bambina ebrea cieca

9 giugno 2022

Una storia di partigiani e di nazisti, di rappresaglie, rastrellamenti ed esecuzioni sommarie, dove però il bene ha sempre la meglio, anche quando sembra vincere il male. “Giuditta e l’orecchio del diavolo” è un romanzo dello scrittore Francesco D’Amato destinato ai più giovani, età di massima dodici anni. La storia si svolge nell’autunno del 1944 in un paesino montano incastonato tra le cime delle Alpi. I partigiani si sono rifugiati in montagna, in paese sono rimasti soprattutto le donne, i bambini e i pochi fascisti dichiarati, che sembrano gli unici a non risentire delle ristrettezze della guerra. Anche Oreste è salito in montagna, lasciando a valle la moglie Caterina con i piccoli Giulio e Tonino, più il Cane Giuseppe, che però è uno scansafatiche impenitente, che in vita sua non ha mai obbedito a nessuno.

Un giorno, però, a casa di Caterina, arriva una strana bambina, scampata per miracolo alla deportazione della sua famiglia. Si chiama Giuditta e tutta la sua famiglia è stata portata via dai nazisti perché ebrea. Compare sulla porta infagottata in un pastrano che le arriva fino ai piedi, ha i capelli neri lunghi, selvaggi e aggrovigliati come un nido di vipere. Non ha più una famiglia né nessuno che si prenda cura di lei. Caterina chiede a Giulio e Tonino di trattarla come una sorella, ma Giuditta è esattamente la sorella che nessuno vorrebbe. Ha un viso che sembra tagliato nella pietra, duro, storto e cattivo, con labbra pallide e sottili. È scorbutica. E poi ha degli occhi come i due bambini non ne hanno mai visti: occhi grandi che sembrano vuoti, più freddi del ghiacciaio di Monte Alto. È cieca. Come se non bastasse, i due bambini presto scopriranno anche che Giuditta è in grado di percorrere i sentieri montani e di orientarsi meglio di chi ci vede. E poi conosce i rimedi delle erbe ed è capace di parlare con gli animali. È una stria, una strega.

Una bambina terribile, «che cambiò le nostre vite», dirà decenni più tardi Tonino, ricordando i giorni della Resistenza e i luoghi dove Giuditta trascorreva le ore, quando non andava a scuola. Come l’Orecchio del diavolo, un luogo misterioso che i paesani rifuggono, ma di cui lei non ha timore, forse proprio in virtù di quell’abitudine a leggere i suoni e le voci, che ha sviluppato per compensare la mancanza della vista. Nonostante le sue doti straordinarie, introvabili nella vita reale, Giuditta non è un personaggio magico e la storia non ha nulla di fantastico. Soprattutto non ha super poteri che rendano più accattivante la sua disabilità. Ma abbiamo bisogno di personaggi letterari di questa caratura: personaggi con i loro deficit, che si lasciano amare e ammirare né grazie né malgrado la loro disabilità. Protagonisti con disabilità, si potrebbe dire parafrasando la Convenzione Onu del 2006. Dove la disabilità riguarda solo un aspetto della persona e non ne esaurisce di certo l’essenza.

(La recensione è tratta dal numero di maggio di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

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