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Poche chiacchiere, parla la poesia

Francesco Venturi ha 23 anni, vive nelle Marche con la sua famiglia, è membro della Uildme della Consulta delle nuove generazioni di Jesi. Ha appena scritto un libro di poesie e spera di fare lo scrittore. Intervista pubblicata sulla rivista SuperAbile Inail

2 maggio 2022

«Sono un ragazzo che ama esprimersi attraverso la scrittura e che cerca di vivere la vita nel modo che lo rende più felice». Bastano poche parole a Francesco Venturi per raccontare chi si sente di essere oggi: 23 anni, originario di Fabriano e residente a Serra San Quirico, in provincia di Ancona, dove vive con la sua famiglia, Francesco ha appena pubblicato un libro di poesie, “Tutto di me” (Lab edizioni), con la prefazione e la postfazione di Achille Lauro e le illustrazioni di Mauro Biani, che ha disegnato anche la copertina. «Mi reputo un ragazzo come gli altri, anche se convivo con la distrofia muscolare di Duchenne», spiega Francesco, che è anche socio attivo dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare (Uildm) di Ancona nonché membro della Consulta delle nuove generazioni del Comune di Jesi, nata per promuovere politiche a favore della realtà giovanile. «Ma vivo la distrofia come può viverla un ragazzo di 23 anni, cioè cercando di vedere il lato positivo anche là dove sembrerebbe non esserci. Nello stesso tempo mi rendo conto che la malattia mi ha regalato una sensibilità unica, che anche gli altri mi riconoscono. Insomma, sono un ragazzo che ama comunicare con la scrittura, parlando di me stesso senza né pietismo né vittimismo. Perché io non sono la mia malattia, ma voglio solo esprimere i miei sentimenti».

Com’è nata l’idea di questo libro?
«L’idea inizialmente è nata perché volevo scrivere di me senza essere troppo noioso né pomposo, senza ricorrere a termini troppo aulici e cercando di esprimere quello che sono nella maniera più fedele possibile. Poi, però, ho deciso di mandare anche un messaggio di speranza a chi magari vorrebbe fare qualcosa, ma stando in carrozzina non trova il coraggio di passare ai fatti. Insomma, volevo far comprendere che, malgrado le difficoltà, quello che ci dicono gli altri e perfino quello che noi diciamo a noi stessi, è che tutti possiamo raggiungere i nostri sogni. Le mie poesie, però, raccontano anche dei lati più oscuri, come la tristezza e la rabbia. All’inizio ho scelto di mostrare la parte più buia di me, arrivando nelle ultime pagine a quella più solare. All’interno del libro si trova, cioè, sia la luce che il buio, perché parlare solo degli aspetti positivi non mi sembrava sincero».

Perché ha scelto di esprimere i suoi pensieri in forma di poesia?
«Non sono un ragazzo che chiacchiera tanto, spesso sono taciturno, specie con chi non conosco bene, e non sento la necessità di apparire. La poesia ti permette di esprimere quello che hai dentro senza troppe parole, andando subito al sodo. Inoltre, ti consente di trovare il tuo spazio divertendoti, ma anche scoprendo i tuoi lati nascosti e affrontandoli».

Quali sono le difficoltà principali che si trova a vivere come giovane adulto che convive con una disabilità?
«Dal punto di vista umano, mi posso reputare abbastanza fortunato perché ho una famiglia che mi sostiene sempre e tanti amici che mi vogliono bene, ma a volte sento una distanza con le persone che non conoscono la mia malattia. Dobbiamo sforzarci di far conoscere di più la distrofia muscolare, perché spesso le persone si tengono a distanza proprio per mancanza di conoscenza. Quello che manca è la “normalizzazione” della malattia, che non vuol dire togliere i parcheggi o fare come se non esistesse, ma far vivere chi ha la distrofia muscolare o altre disabilità come una persona normale, che possa seguire la propria strada. A volte anche una cosa piccola come un semplice viaggio può diventare complicato per noi, visti i problemi di trasporto. Rispetto al passato, la distanza con le altre persone si è attenuata, ma ne vedo ancora un po’. Quando ho deciso di scrivere un libro, ho scelto di intraprendere questa strada indipendentemente dalla malattia, vivendo come un ragazzo della mia età che vuole scoprire il mondo, anche quello interiore, e l’amore».

Nell’epilogo del suo libro ha scritto che pensiamo sempre al futuro, mentre sarebbe meglio guardare a cosa sarebbe possibile fare ora. Che cosa intendeva dire esattamente?
«Tendiamo a pensare sempre al futuro, dimenticando di concentrarci su ciò che abbiamo adesso. Guardiamo avanti nella convinzione che ciò che abbiamo non sia abbastanza, ma non sappiamo cosa ci riserva il futuro. E qualunque cosa ci offrirà, non corrisponderà mai esattamente a quello che volevamo. Perciò non saremo mai felici. Se, invece, partiamo da quello che abbiamo e ci lavoriamo su per crescere, possiamo diventare delle persone migliori. Se non vivi il presente, resti sempre schiavo o del passato o del futuro».

Ha parlato di felicità, una parola difficile. Cosa significa essere felici secondo lei?
«Felicità è un concetto molto semplice nella sua terminologia, ma complesso nella realizzazione. Penso che l’essenza di questo termine risieda nei momenti, indipendentemente dalla malattia, che può determinare i dolori fisici, ma non la tua voglia di scoprire la felicità, che invece non la potrai mai cancellare. Oggi mi sto avvicinando a un senso di pace e di perdono nei confronti di me stesso, che è la sfida più difficile. Quindi il messaggio finale è che la felicità si può raggiungere a prescindere dalla malattia o dalla disabilità. Poi io ho solo 23 anni, e quindi la felicità non l’ho ancora potuta conoscere al 100%».

Quando ha visto le stampe del libro è stato felice?
«Sì, ho visto un sogno realizzarsi. In particolare sono stato felice perché all’interno del volume ritrovo davvero me stesso. Certo, non è che rimaniamo sempre uguali, siamo destinati a cambiare nel corso del tempo, a migliorare o anche a peggiorare, qualche volta. Ma, a distanza di un anno, in quel libro mi ci ritrovo ancora».

Progetti per il futuro?
«Sto scrivendo un secondo libro, diverso dal primo, perché le poesie saranno intervallate da flussi di pensiero. All’interno del volume troveranno spazio anche altre persone, ma soprattutto affronterò il tema del cambiamento e della contraddizione dell’essere umano, in un discorso più riflessivo rispetto al primo libro e più focalizzato su quello che sono io oggi». (L’intervista è tratta dal numero di aprile di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

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