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"I migrati", giornalisti-disabili alla scoperta del mondo dell’immigrazione

Il documentario di Francesco Paolucci racconta l’esperienza di quattro persone con disabilità che hanno deciso di andare alla scoperta dell’accoglienza degli immigrati in Italia. Un racconto delicato e vero dell’incontro di due fragilità, in onda questa sera su RaiDue e domani su Tv2000

25 febbraio 2017

ROMA - Un viaggio che inizia dal mare e al mare torna per capire chi lo attraversa in cerca di una vita migliore. “Migrati”, il documentario diretto da Francesco Paolucci (che andrà in onda sabato 25 febbraio alle 23,50, su Tg2 dossier, e domenica alle 19 su Tv 2000), è innanzitutto un percorso di avvicinamento tra due fragilità che hanno voglia di capirsi e confrontarsi. Benito, Giovanni, Barbara e Gianluca sono quattro persone con disabilità della “Comunità XXIV luglio- handiccapati e non”, un’associazione che prende il nome proprio dalla prima vacanza al mare, quasi 40 anni fa, dei protagonisti di questo film, che ora hanno deciso di “imparare a fare i giornalisti” andando alla scoperta dei borghi dove sono accolti i migranti in Italia. E così “tornare al mare” significa andare incontro a chi ha dovuto percorrerlo per lasciare la propria terra perché costretto dalla povertà, dalla guerra, dalla violenza.
 
Inizia così un racconto delicato e vero, fatto di domande semplici: “Ma perché vi coprite il volto?” chiede Benito alle ragazze con l’hijab. E ancora,“cos’è il Radadan? (Ramadan, ndr)”, “Ce le avete le feste natalizie?”, “Vi manca la vostra famiglia?”. Un modo per capire chi sono questi ragazzi che ha di fronte e di cui sa ben poco ma anche per approcciare a un mondo di cui si parla continuamente senza però dare voce ai suoi protagonisti. Il racconto si spinge anche tra la gente comune per indagare come l’arrivo dei migranti in un piccolo comune sia visto dai suoi abitanti. Le domande dirette dei ragazzi della Comunità XXIV luglio porta così le persone a esprimersi in maniera chiara, e a volte più verace: da chi scandisce più volte “Non ho niente contro di loro basta che si comportino bene” a chi si preoccupa perché queste persone vivono lontane dai propri affetti.
 
L’intento dichiarato dagli stessi protagonisti- giornalisti è anche capire cosa succede dopo l’accoglienza alle persone che arrivano nel nostro paese. E così Benito e gli altri si preoccupano, con un sentimento di sincera compassione, per coloro che non hanno documenti e a cui è precluso un reale percorso di integrazione. Ma si spingono anche oltre: ascoltando e condividendo i racconti drammatici delle donne che hanno subito violenza. Realizzando così un’indagine sociale che oscilla di continuo tra leggerezza e sofferenza. “E’esperienza mi è piaciuta perché gli emigrati sono come noi, anche se hanno una faccia africana. Hanno voglia di vivere come noi – dice Benito alla fine del documentario -. Abbiamo imparato a fare i giornalisti, a fare molte domande e abbiamo ottenuto tante risposte. Ora  sappiamo qualcosa in più ma abbiamo una certezza: che bisogna continuare a fare domande”. (ec)

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