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Covid, i bergamaschi "fuori dal comune" che non si arresero alla pandemia

In un libro ('Persone fuori dal Comune', edizioni Rubbettino), Michele Bertola, direttore generale del Comune orobico racconta il coraggio non banale di un'amministrazione

18 marzo 2022

MILANO - Era il 18 marzo 2020: camion carichi di bare lasciano Bergamo, un'immagine simbolo della pandemia per una data che, non a caso, è stata scelta come quella per ricordare le vittime del Covid. In un libro di Michele Bertola, direttore generale del Comune orobico (dal titolo 'Persone fuori dal Comune', edizioni Rubbettino, ndr) si spiega quale fu il percorso che portò a quella decisione. La colonna di camion fu infatti una soluzione pensata dalla direttrice dei servizi cimiteriali comunali che consentì di rispettare la volontà di cremazione dei defunti e dei loro parenti. Una storia 'di buona amministrazione', per un Comune che non si arrende e cerca soluzioni.

Il libro di Bertola raccoglie alcune storie di dipendenti che, contrariamente alla vulgata che li vorrebbe membri di una casta di fannulloni e privilegiati, hanno dedicato i loro sforzi per cambiare la pubblica amministrazione. Tra questi c'è Rossana, la direttrice dei dei servizi cimiteriali del Comune. Una donna consapevole della delicatezza del proprio compito che, in quelle ore drammatiche riuscì a trovare una soluzione capace di soddisfare l'ultimo desiderio dei morenti o dei loro familiari, evitando di aggiungere dolore a dolore, problemi a problemi.

Come racconta il dg di Palazzo Frizzoni nel suo libro, negli ultimi anni erano diventati sempre più numerosi i cittadini che chiedevano la cremazione dei propri cari defunti invece che l'inumazione. Con l'elevato numero di morti causa Covid, le conseguenti richieste di cremazione erano diventate moltissime ed era impossibile gestirle tempestivamente, come volevano la prassi e soprattutto le norme igienico-sanitarie.

'Rossana doveva trovare delle soluzioni e agire velocemente', scrive.

Il problema più immediato era recuperare degli spazi dove stipare le bare in attesa di cremazione che arrivavano dagli ospedali, dalle case di riposo e dalle abitazioni private. La funzionaria analizzò la situazione e capì che l'unica strada percorribile era quella di utilizzare la chiesa del cimitero per poter alloggiare le bare in attesa di cremazione. Un'idea che si rivelò 'preziosa' sia per la città sia per l'intera provincia. L'obiettivo comunque rimaneva quello di aumentare al massimo la potenzialità del forno crematorio: senza questa possibilità non si poteva far fronte all'emergenza. E così, per risolvere, Rossana raccolse il risultato del lavoro fatto negli anni precedenti. 'La procedura, che aveva portato ad una concessione per la gestione del forno, era innovativa e lungimirante'.

Grazie alla sua intuizione venne introdotta per tutto il periodo della gestione la possibilità di un raddoppio della linea produttiva, l'ampliamento del funzionamento del forno fino garantire il servizio 24 ore su 24 e un sistema economico che aumentava il canone da versare al Comune in ragione dell'accrescimento della attività di incenerimento. Tutte 'novità rilevanti' rispetto alle consuete procedure contrattuali della pubblica amministrazione, perché, come sottolinea Bertola, introducevano una logica economica in un mondo che prevedeva un approccio solo amministrativo.

Quando però il numero dei morti crebbe ulteriormente, non bastò neanche il funzionamento a orario continuato e ininterrotto del forno. Anche la chiesa del cimitero era ormai piena all'inverosimile, con oltre 100 salme in attesa di intervento. Non c'erano ulteriori luoghi di stoccaggio dei feretri e non si poteva farli aspettare troppi giorni.

Per Rossana e per il Comune si prospettava un quadro molto complicato.

Gli esperti di diritto dell'ente avevano individuato una soluzione: far emettere dal sindaco un'ordinanza che obbligasse al seppellimento in terra anche coloro che invece avevano chiesto la cremazione. In questo contesto intervenire d'autorità, contravvenendo la volontà del defunto di essere cremato, sarebbe stata secondo il direttore generale 'una vera e propria violenza nei confronti del morto e dei loro cari'.

L'accumulo di salme nei luoghi di attesa rimaneva però un problema ineludibile. E non era superabile cercando altri spazi dove stipare i feretri in attesa. In caso di cremazione si utilizzano bare costruite diversamente da quelle destinate al seppellimento e, in quelle riservate all'incenerimento, la salma non può sostare in attesa oltre i nove giorni. Per risolvere la questione l'unica altra strada percorribile rimasta era quella di trovare altri impianti di cremazione, anche se ce ne erano pochi in Italia e non c'erano convenzioni o accordi da far valere. In più, essendo collocati in province diverse, la Prefettura non poteva intervenire. Inoltre, negli altri luoghi, si era sparsa una nomea sinistra sulla città 'e, in maniera del tutto irrazionale, si temeva che potesse contagiare altri territori solo entrando in contatto'. Rossana si chiese come fare, dunque cominciò a cercare altri forni esistenti per l'incenerimento. Molti li aveva in mente poiché li aveva contattati durante la fase di predisposizione della gara per costruirlo nella sua città.

'Lavorare per la pubblica amministrazione- scrive Bertola- ha un grande vantaggio rispetto al privato: i Comuni non sono in concorrenza tra loro e quindi possono scambiarsi tutte le informazioni sulle procedure e soluzioni che hanno attuato'.

Purtroppo, nonostante questa possibilità, non ci sono molte esperienze consolidate di collaborazione tra enti. 'Quello dove lavorava Rossana- aggiunge il dg- faceva però eccezione'. A quel punto la donna chiese aiuto ai colleghi funzionari e dirigenti degli altri settori fornendo l'elenco dei forni crematori attivi nelle altre città. Non c'era tempo e non sarebbe mai stato efficace passare per vie formali mandando lettere per chiedere la disponibilità, senza avere prima acceso una relazione significativa con le persone del Comune da coinvolgere. Con questa sinergia i forni crematori disponibili ad accogliere le salme, vennero man mano individuati: il primo tassello indispensabile per evitare l'ordine generalizzato dell'inumazione a terra era stato posto.

A questo punto, per raggiungere il risultato, rimanevano però altre questioni, non irrilevanti, da risolvere: la predisposizione della documentazione, il trasporto delle salme, il recupero delle ceneri, il pagamento del trasporto, il carico e le condizioni di lavoro degli operatori comunali e l'eccesso di impegno per le onoranze funebri.

A fronte dell'onere insostenibile degli operatori delle pompe funebri, grazie alle relazioni con un Comune della regione confinante, Rossana mise in contatto l'associazione delle società funerarie della città con la medesima associazione della regione vicina e venne stretto immediatamente un accordo con operatori specializzati che procedettero a collaborare con quelle del territorio colpito dall'eccessivo numero di decessi. Questi operatori furono ospitati negli alberghi della città e aumentarono la capacità operativa delle aziende locali. Le relazioni positive tra pubbliche amministrazioni avevano reso possibile l'attivazione di collaborazioni tra privati.

'Questo, ovviamente, non rientra tra le competenze formali del Comune- continua Bertola- ma fu un frutto indiretto e preziosissimo di quel modo di operare'. Nonostante questo rinforzo, per le onoranze funebri era comunque impossibile immaginare di organizzare e gestire i trasporti, in andata e ritorno, delle salme e delle ceneri. Infatti i forni disponibili erano in altre città: si trattava di sedi molto lontane, anche centinaia di chilometri ed il tempo necessario non c'era. Inoltre il costo di tale servizio arrivava a valere tra i 600 e gli 800 euro. Questi importi sarebbero stati posti a carico dei parenti delle vittime: un'altra ingiustizia e difficoltà che Rossana non voleva caricare a chi già era stato duramente colpito.

Per risolvere questo aspetto decise di parlarne con la collega della Polizia Locale, Laura, la comandante del corpo, persona 'sensibile e attenta- la descrive Bertola- che già in passato si era dimostrata collaborativa'. In quei giorni, con tutti i suoi agenti era stata costantemente presente per rispondere alle esigenze crescenti e, a volte, irrazionali. Nonostante ciò ascoltò con attenzione Rossana e le venne in mente un'idea: coinvolgere il colonnello dei carabinieri con cui, sia lei che l'intero Comune, erano in ottimi rapporti. La tessitura di buone relazioni infatti non era un criterio usato solo nei confronti degli altri enti locali, era proprio un modo di intendere tutti i contatti con le altre istituzioni pubbliche.

La collaborazione portò alla disponibilità dei Carabinieri e dell'Esercito per organizzare il trasporto delle salme e delle ceneri e per non dover richiedere il pagamento ai parenti. Quando i primi feretri lasciarono la città con una colonna di camion militari, fu uno spettacolo terribile che nei giorni successivi fece il giro del mondo. 'Rossana, pur pienamente coinvolta in quel clima di sofferenza- conclude Bertola- sapeva di avere agito per il bene dei cittadini e per aiutarli ad attraversare quel momento tragico'.

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