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Troppi pregiudizi sulla disabilità

Antonella Ferrari ha scelto di combattere lo stigma con l’arma dell’ironia e lo fa ogni settimana su Rai 2. Ha raccontato la sua esperienza con la sclerosi multipla in un’autobiografia, e per tanti è diventata un punto di riferimento. Intervista pubblicata sulla rivista SuperAbile Inail

7 febbraio 2022

ROMA - Non sopporta la falsità e l’ipocrisia e, soprattutto, quella somma di pregiudizi e luoghi comuni che relegano le persone con disabilità all’interno di ruoli che non hanno mai scelto di interpretare. Attrice, ballerina, performer, anni fa Antonella Ferrari ha scelto di mettere la propria esperienza con la sclerosi multipla a disposizione di tutti. Prima consegnando alle stampe un memoir dall’eloquente titolo “Più forte del destino” (Mondadori). Poi trasponendo la propria storia personale in uno spettacolo teatrale. Infine, attraverso gli sketch che, insieme a Giampaolo Gambi, dal mese di ottobre realizza ogni settimana per il programma Detto Fatto, in onda su Rai 2, allo scopo di combattere gli stereotipi legati alla disabilità con l’arma dell’ironia.

Cosa le dà più fastidio nell’atteggiamento corrente verso la disabilità?
“Mi dà fastidio il pietismo e anche quell’abitudine di identificare la disabilità con la sedia a ruote. Di conseguenza chi cammina con l’aiuto di un bastone rischia di non venire considerato abbastanza disabile per poter usufruire di alcuni servizi di assistenza. Mi è capitato di sentirmi quasi in difetto solo perché non ero in sedia a ruote. Una cosa che trovo veramente assurda, perché esistono tanti tipi di disabilità che non sono immediatamente evidenti. Mi sono trovata spesso in situazioni bizzarre, che a volte mi hanno fatto arrabbiare e a volte mi hanno fatto sorridere, così ho deciso di proporre a Rai 2 una rubrica nella quale cerco di sfatare alcuni miti legati al mondo della disabilità con il linguaggio dell’ironia”.

Può fare qualche esempio?
“Pensiamo ai viaggi: spesso quelli che vengono proposti alle persone con disabilità sono tristissimi, non si pensa mai che possano divertirsi come tutti gli altri. Magari propongono i pellegrinaggi, mentre quelle aspirerebbero a fare cose più divertenti: vorrebbero andare in settimana bianca, a sciare, o provare sport avventurosi. Invece si dà per scontato che una persone con disabilità non scii, non ami gli sport avventurosi e non si possa divertire. Non esiste soltanto lo sport paralimpico, che rappresenta qualcosa di eccezionale. Io, invece, vorrei che si parlasse di più della normalità, quindi non di eroi, ma di persone che convivono con una disabilità e si ritrovano spesso in situazioni singolari. È da queste esperienze che nascono i miei sketch”.

Come riesce a intercettare queste situazioni?
“Chiedo spesso alle persone di segnalare le assurdità che gli sono capitate e loro lo fanno tramite i social o attraverso la rubrica delle lettere che tengo sul settimanale Chi da oltre dieci anni. Così, su Rai 2 abbiamo deciso di parlare d’amore, dal momento che spesso i parenti di una persona disabile non si fanno capaci che questa possa trovare un partner o, peggio ancora, che una donna possa essere femminile e piacere agli altri. Una giovane mamma, per esempio, ci ha raccontato le assurdità che si è sentita dire solo perché era in sedia a ruote, mentre la maternità è una cosa comune per tantissime donne disabili”.

Insomma sono tutte storie vere quelle che porta in tv?
“Esattamente. La mia rubrica prende sempre spunto da storie reali, capitate a me personalmente o a persone che mi hanno scritto. Poi le storie vengono rappresentate con il linguaggio dell’ironia, che applichiamo a un tema tanto spigoloso come la disabilità”.

Non è la prima volta che mette la propria esperienza a disposizione degli altri. Com’è nata questa scelta?
“Quest’anno festeggio 20 anni di carriera televisiva, ma la cosa che mi ha messo completamente a nudo di fronte alle persone è stato il libro Più forte del destino che, nel 2012, ho scritto sulla mia vita. Quando quel libro è diventato un bestseller, mi sono accorta che la mia esperienza poteva essere d’aiuto ad altri. In quell’occasione ho ricevuto una marea di attestati di stima e di lettere da parte di persone che si sono ritrovate nel mio racconto. A quel punto ho deciso di farne uno spettacolo teatrale, che ha girato l’Italia per sei stagioni consecutive, bloccandosi solo quando è arrivato il covid. Nel frattempo, però, ho avuto l’onore di portare un pezzo del mio spettacolo al Festival di Sanremo. È stata un’esperienza meravigliosa: era da quando ero piccola che sognavo il palco dell’Ariston, così quando Amadeus mi ha chiamato è stata per me una soddisfazione enorme”.

Negli ultimi anni le sembra cambiato qualcosa sul fronte disabilità?
“Sì, qualcosa è cambiato. C’è una maggiore attenzione sul tema e se ne parla di più anche in tv. Ma non lasciamoci ingannare, c’è ancora tanto da fare. Soprattutto nel mondo dello spettacolo, che è quello che conosco di più. La persona con disabilità è ancora vista come l’ospite d’eccezione, invitata nei talk show solo per raccontare la propria storia personale. Mai un addetto ai lavori o un conduttore del tg che abbia qualche forma di disabilità. E, invece, sarebbe bello dare spazio alle persone con disabilità per la loro professionalità e non in quanto disabili. Non chiediamo sconti né favori, vogliamo solo essere presi in considerazione per quello che sappiamo fare, senza essere discriminati per le nostre condizioni di salute. Tropo spesso, invece, ho visto la gente guardare di più la mia cartella clinica che il mio curriculum vitae”.

Cosa pensa della richiesta di alcuni di lasciare interpretare i ruoli dei personaggi disabili
“Sono assolutamente d’accordo, anche perché danno una maggiore intensità al personaggio. Di più, gli attori disabili possono interpretare anche altri ruoli, rendendo la disabilità una peculiarità del personaggio e non la sua caratteristica principale. Insomma, bisognerebbe far lavorare gli attori con disabilità non solo nei ruoli per disabili, ma anche in ruoli che possono interpretare nonostante la loro disabilità. Questo accade già in alcune serie statunitensi come Dr. House, E.R. Medici in prima linea, Csi Scena del crimine. In Italia abbiamo molto da imparare per poter usare correttamente la parola inclusione”.

(L’intervista è tratta dal numero di gennaio di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

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