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Anziani, verso una “rivoluzione culturale” della presa in carico: la proposta di Demos

Approvata all'unanimità in Regione Lazio la mozione presentata da Paolo Ciani, coordinatore nazionale di Democrazia Solidale: “Dobbiamo superare Rsa e case di riposo come abbiamo superato orfanotrofi e manicomi, sviluppando modelli già esistenti come cohousing, condomini solidali, case famiglia"

23 giugno 2020

ROMA – Superare l'istituto per anziani così come è si è superato il manicomio e l'orfanotrofio, soprattutto dopo che il Covid-19 ha mietuto una vera e propria “strage degli innocenti” all'interno di queste strutture, evidenziandone limiti e carenze. La proposta arriva dal Lazio, dove il Consiglio regionale ha appena approvato all'unanimità una mozione di Paolo Ciano, coordinatore nazionale di Demos – Democrazia solidale e vicepresidente della Commissione Sanità. Il documento impegna il presidente Zingaretti e gli assessori competenti a investire su nuovi modelli assistenziali per gli anziani, che nel Lazio rappresentano il 21% della popolazione. L’intento è favorire una molteplicità di soluzioni abitative - dimora naturale, housing sociale pubblico o privato, residenzialità leggera, cohousing pubblico o privato, condomini protetti, case famiglia, microaree – e portare le cure sanitarie a domicilio. Questo permetterà una migliore qualità della vita, riducendo i costi per le amministrazioni pubbliche. Redattore Sociale ha chiesto a Paolo Ciani di approfondire quest'idea, definendone il contesto e i contorni.


Partiamo dalla fine: oggi la situazione nelle strutture per anziani sta tornando alla normalità? I contatti con l'esterno sono ripresi?
Siamo in una fase transitoria di un riavvio disomogeneo: alcune strutture stanno permettendo di entrare a un solo familiare, altre continuano con le videochiamate, altre ancora organizzano incontri attraverso porte, finestre, vetrate: la normalità insomma è ancora lontana, ci sono anziani che non vedono un familiare da quattro mesi. E questo è un fatto drammatico
 
La pandemia ha svelato i limiti e i rischi dell'istituzionalizzazione degli anziani. In che misura?
Secondo l’Oms, la metà dei morti per COVID nel mondo è avvenuta nelle Rsa. Anche nel nostro territorio abbiamo visto che questa modalità di cura non ha tenuto dinanzi all’emergenza Coronavirus o lo ha fatto solo in parte, nonostante fossero pensate per proteggere gli anziani. Nel Lazio, sono state le case di riposo, più delle Rsa, a registrare il maggior numero di contagi e decessi. E' evidente che questo modello deve essere ripensato
 
In che termini? Qual è la vostra proposta?
E' necessario fare scelte coraggiose. Abbiamo superato gli orfanotrofi e pensato per i minori soluzioni più umane. Siamo il Paese di Franco Basaglia, che ha ideato nuovi percorsi per la cura della malattia mentale, presi ad esempio nel mondo intero. Possiamo innovare in profondità l’assistenza agli anziani, costruire alternative all’istituzionalizzazione e tenere i nostri cari a casa. Il tema della presa in carico e cura degli anziani è epocale, perché tutti i dati demografici dicono che la popolazione va verso l'invecchiamento e questa è anche una conquista del nostro tempo. Il punto è come vivere questa vita in più che ci è stata data. Negli ultimi 30 anni si è sviluppato un modello di presa in carico della fragilità degli anziani molto orientato verso l'istituzionalizzazione: l'idea diffusa è che sia normale che, arrivati a un tempo della vita in cui c'è minore salute e minore autosufficienza, si vada in istituto. Questa è una tendenza che, a partire da Canada, Stati Uniti e Nord Europa, è stata fatta propria anche dall'Italia, seppur con varianti interessanti: siamo stati noi, per esempio, a inventare le badanti, che rappresentano un modello tutto italiano. Inserendosi in questa tendenza, alcuni imprenditori da tempo hanno investito sulla residenzialità per anziani costruendo diversi modelli di strutture. Mentre queste si diffondevano, però, alcune sensibilità e correnti di pensiero riflettevano se fosse un modello giusto. Tanti sognano di vivere fino all'ultimo in casa propria e di morire nel proprio letto: se poi decidono di andare in istituto per non pesare sui familiari, questo deve porci un problema. Noi ce lo siamo posto, riflettendo su possibili alternative, prima ancora che arrivasse il Covid a metterlo in discussione. Di fronte al fatto oggettivo della strage di anziani in istituto, abbiamo rilanciato la questione attraverso questa mozione, che vuole innanzitutto aprire una riflessione di tipo culturale: così come in passato in Italia si è riflettuto sui luoghi totalizzanti e si è proceduto poi al loro superamento, allo stesso modo oggi vogliamo avviare questa riforma culturale per la presa in carico degli anziani.
 
Dopo l'approvazione all'unanimità della mozione che apre questo interrogativo, come porterete avanti la questione?
Elaboreremo proposte concrete legislative per far sì che le alternative che abbiamo in mente e che in buona parte già esistono possano essere sviluppate e incrementate. La nostra non è battaglia ideologica: se non si costruiscono soluzioni diverse di presa in carico, la riflessione è velleitaria. Concretamente, nei prossimi giorni chiederò, sulla base della mozione, all'assessore alla sanità di iniziare a implementare alcune di quelle soluzioni anche in via sperimentale nel nostro territorio, per capire se sono praticabili. Già abbiamo presentato in passato due proposte di legge che vanno in questa direzione: una sull'infermiere di famiglia e di comunità, l'altra sull'invecchiamento attivo. La strada è segnata, non resta che andare avanti
 
Quali sono i rischi e le controindicazioni dello smantellamento delle strutture per anziani, in termini di mercato del lavoro?
Quello del lavoro è un problema che ci poniamo: non prevediamo certo di cancellare questo segmento economico dalla nostra società, ma poiché questo vive con soldi pubblici, se il pubblico inizierà a chiedere un servizio diverso, questo settore potrà riconvertirsi.
 
Non siete soli n questo percorso: ci sono associazioni, anche della disabilità, che da anni e oggi ancora di più invocano la deistituzionalizzazione. E' così anche a livello europeo?
Sì, diverse realtà della società civile si muovono in quella direzione e possono costituire il tessuto di questa riflessione: penso soprattutto a Sant'Egidio, Anffas, Auser. Anche a livello europeo si sta sviluppando questa richiesta, soprattutto da parte dell'associazionismo cristiano. E' solo l'inizio, ma speriamo che questa rivoluzione culturale che abbiamo in mente possa compiersi presto.

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