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Disabilità, l'atto d'accusa del Cip: "L'Italia non crede nella forza dello sport"

Alle Paralimpiadi di Sochi nessuna medaglia ma il problema vero per il presidente Luca Pancalli è anzitutto quello di un paese che non crede nel ruolo riabilitativo e inclusivo dello sport: "In tanti sognano di fare sport ma non ci sono le condizioni". Servono idee, risorse e un ruolo più incisivo dello Stato

24 marzo 2014

ROMA - L'Italia è "un paese che dimostra quotidianamente di non credere nello sport e non ne riconosce alcun ruolo riabilitativo": al di là del fallimento sportivo alle Paralimpiadi di Sochi 2014, con l'Italia tornata a casa senza nessuna medaglia, il problema è molto più ampio e riguardo la mancanza di "un serio investimento" nello sport e nella sua forza riabilitativa e inclusiva per le persone con disabilità. Alcuni giorni dopo il rientro da Sochi, mentre presenta in conferenza stampa alla Radio Vaticana l'iniziativa "Believe to be alive" (dal 3 al 5 ottobre il mondo paralimpico approda in Vaticano, con tanto di udienza con papa Francesco e dimostrazione di sport davanti a piazza San Pietro), il presidente del Comitato italiano paralimpico Luca Pancalli passa in rassegna i problemi del movimento paralimpico italiano: "Non è solo una questione di risorse, è anche una questione di idee - dice - anche se poi per mettere in atto alcune idee c'è bisogno di risorse".

Pancalli ritorna sulla sconfitta amara di Sochi ("Non credevamo potesse essere così difficile") e presenta l'esigenza di "riflettere" e di "cambiare pagina": le colpe della cattiva prestazione - dice - non sono solo del movimento paralimpico. "Il tema è quanto il paese crede in una politica sportiva, il che vuol dire investire e credere nei processi riabilitativi delle persone con disabilità, nel fatto che esse hanno non solo pari diritti ma anche pari opportunità". E non si tratta, precisa Pancalli, di "criticare la scuola perché dà poco spazio alle attività motorie: il problema grande non è neppure la ghettizzazione dei disabili durante l'ora di attività motoria, ma il fatto che il paese non riconosce un serio investimento riabilitativo, abbandona le società sportive e le famiglie".

Sul piatto della bilancia - come Pancalli aveva già ricordato a Sochi - c'è la necessità di facilitare l'utilizzo delle tecnologie e delle attrezzatura sportive, ad esempio prevedendo detrazioni fiscali per le famiglie o per le società sportive, ma c'è anche una serie programmazione territoriale che permetta di dare risposte sul territorio. Un problema sempre molto sentito: "Le Paralimpiadi di Sochi viste in tv hanno avuto - spiega il presidente del Cip - un impatto travolgente, al punto che abbiamo ricevuto, nonostante i pessimi risultati sportivi, molte telefonate di persone che sono interessate ad intraprendere un'attività sportiva. Ma - dice con amarezza - questo sogno è destinato spesso a naufragare perché sul territorio, in quella città o in quella specifica regione, nessuno è predisposto per accoglierlo". Grande lavoro dunque va fatto con gli amministratori locali, oltre che a livello centrale. Ad iniziare dal riconoscimento del Cip come ente di diritto pubblico, come luogo attraverso cui lo Stato direttamente si impegna nello sport, così come avviene per il Coni. Argomenti che Pancalli affronterà in un incontro con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio. (ska)

(25 marzo 2014)

di s.caredda

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