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Antonio Martella: un intellettuale con la pistola

Il campione paralimpico del tiro a segno si racconta: le giornate al poligono e la smania di leggere "di tutto, a 360°". Storia di un ragazzo che faceva scarpe dove in Italia è tradizione farle, e che poi ha sfondato nello sport. Adesso, il sogno che a lui pare impossibile, è allevare futuri campioni

16 maggio 2009

ROMA - Che tira a segno in carrozzina, ed è tra i migliori in Italia, lo sappiamo già. Sappiamo anche che è uno dei paralimpici con più anzianità di servizio, non solo per il fatto anagrafico di avere 55 anni, ma perché fa parte della Nazionale da circa 20 anni ed ha esordito ai Giochi di Barcellona del '92. Anche se il bronzo, il suo risultato più eclatante, è arrivato ad Atlanta 1996. Quello che è emerso di nuovo scambiando con lui quattro chiacchiere, è che Antonio Martella è persona seria, modesta, pacata nel parlare ma appassionata nei sentimenti. E generosa: uno che nel cassetto culla un sogno, "ma chissà se ci riesco, prima devo prendere tanti brevetti, e patacche": quello di insegnare ai ragazzi a sparare ai poligoni. Per essere padre, finalmente, dei figli che non ha avuto.

Stiamo al telefono quasi un'oretta, perché per esprimere i concetti con le parole giuste ci vuole tempo, per raccontarsi non in superficie. Così scopro che Antonio non ha proseguito gli studi, dopo le elementari, perché per curare la sua poliomielite faceva la spola tra S. Severo, in Puglia, e Porto S. Elpidio, nelle Marche. La scuola l'ha vissuta più che altro come esperienza intermittente: "Stavo 6 mesi qua, poi tornavo là. Questo via vai mi ha sradicato: parlavo dialetti incomprensibili sia nelle Marche che in Puglia". Apprendo che per 20 anni, "dopo un inizio in nero, come tutti i lavoratori", ha respirato materie chimiche nocive, lavorando in un'azienda che produceva scarpe, come è tradizione del posto, "tra collanti, mastici, pellame assemblato con sostanze tossiche". E che nel frattempo aveva appeso al chiodo la vita da scapolo, sposandosi nell'82. Oggi, al poligono, dove va almeno tre volte a settimana, mira con la pistola, "meglio dire attrezzo sportivo, fa meno paura", e fa centro, ormai, quasi ad occhi chiusi.

Quando è cominciata a manifestarsi la poliomielite?
"Avevo 3 anni e mezzo, cominciavo a zoppicare. I miei pensavano mi fossi fatto male. Poi le analisi hanno rivelato il virus e da allora la mia forza muscolare è andata sempre più giù. La carrozzina è diventata ‘le mie gambe', un'estensione di me"

La scuola è stata un'esperienza interrotta forse troppo presto
"Ma come facevo, stavo spesso a Porto S. Elpidio per le cure all'Ospedaletto dei Bambini, come lo chiamano qui: il Salesi. Ancora oggi questa è una struttura d'eccellenza. In ogni caso, scuola o no, sono cresciuto lo stesso"

Certo, si impara da tutto, da tutti. Poi so che adori leggere e per i tuoi libri hai una gelosia morbosa
"Ne ho tantissimi e odio chi non restituisce i libri che presto. Leggo di tutto, a 360°. Sugli scaffali c'è il ‘De Rerum Natura' di Lucrezio, come le poesie romanesche. Poi molti libri tecnici sulle armi da sparo, anche qualcosa di Salgari, Oriana Fallaci, ‘Se questo è un uomo' di Levi. Anche Leopardi. E là c'è Limes, la rivista di geopolitica"

Collezione eterogenea, davvero interessante: ne saprai più di un laureato. Poi in fondo leggere aiuta a crescere, oltre che conoscere
"Don Milani diceva una cosa del genere: ‘se volete essere persone libere, sappiate sempre una parola più del vostro padrone'. E leggendo si impara, ci si arricchisce delle esperienze altrui"

E le tue, di esperienze? Prima di conoscere i poligoni e l'odore dello sparo, che facevi?
"Intanto avevo scelto di restare qui, a Porto S. Elpidio, perché volevo un futuro: avevo studiato da elettronico, poi sono finito in un'azienda calzaturiera"

Il classico lavoro, nelle Marche
"Sì: l'artigianato calzaturiero è stato il nucleo forte, trainante di tutta l'economia della zona negli anni '70 e '80. Se volevi fare l'idraulico e il meccanico, per dire, eri totalmente fuori contesto"

Poi hai cominciato a informarti di sport
"Sì, già avevo il tesserino del poligono dal 1975, poi nell'88/89, quando la mia malattia si è acuita e non potevo più lavorare, ho cominciato a guardarmi attorno: lo sport era una possibilità. Mi hanno messo in contatto con Claudio Cassata, il fondatore del tiro a segno per disabili in Italia, e con lui è cominciata l'avventura"

E sei in Nazionale da quando?
"Praticamente da subito. Poi nel 1992 sono stato catapultato alle mie prime Paralimpiadi, quelle di Barcellona"

Qualche ricordo particolare?
"Allora potevamo sparare solo ad aria compressa. Poi, da Atlanta 1996, siamo passati allo sparo a fuoco"

Detta così mette un po' di inquietudine
"Invece credimi: il tiro a segno è tra gli sport più sicuri in assoluto. Prima preoccupazione, in un poligono, sono le misure di sicurezza. Proprio perché se sbagli si possono fare danni gravissimi e irreversibili. E se ci fai caso non si sente mai di incidenti al poligono: più sugli sci, o nel calcio, ecc.."

E la pistola?
"Ormai non ci faccio più caso, dopo tanti anni è come un accessorio usuale"

A proposito di anni. Diciamo che non sei più un ragazzino, per il mondo dello sport
"Il tiro a segno è così: dura finché ti rinnovano il porto d'armi, è uno sport longevo. Puoi farlo anche fino a 90 anni"

Nel futuro che vedi?
"Ho un sogno, grandissimo, nel cassetto. Ma, chissà se ci riesco. E' difficile, ci vogliono brevetti e ‘patacche'. Però è una soddisfazione grandissima, che ho già provato una volta, con una ragazza che poi è arrivata ai Campionati Italiani. Vorrei insegnare a sparare ai ragazzi".

Ancora una conferma che la modestia è qualità dei grandi. (a cura del Cip)

(18 maggio 2009)

di d.marsicano

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