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Allarme Hiv ed epatite, 2 detenuti su 3 sono malati

Si riduce la percentuale di nuovi casi di infezione di Hiv legata alla tossicodipendenza in relazione agli altri fattori di rischio: aumentano, invece, i casi per diffusione sessuale, ad oggi la causa principale dei nuovi contagi

18 maggio 2013

ROMA - Ridotta la percentuale di nuovi casi di infezione di hiv legata alla tossicodipendenza in relazione agli altri fattori di rischio. Aumentano, invece, i casi per diffusione sessuale, ad oggi la causa principale dei nuovi contagi. Questi sono i punti principali emersi dalle ricerche presentate durante la V edizione di Italian conference on aids and retrovirus (Icar), promosso da Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit), evento che si è svolto nei giorni scorsi presso il centro congressi del Lingotto e che ha ospitato oltre 600 specialisti provenienti da tutta Italia e dall'estero.

"Lo studio sulle carceri italiane, realizzato da Simit e Nps su 20 istituti- spiega Evangelista Sagnelli, professore ordinario malattie infettive della Seconda università di Napoli- su un campione pari al 60% dei detenuti, circa 2.700 unità, ha rilevato i seguenti dati: la positività per il test di epatite C è del 28% dei detenuti, per l'epatite B del 7% ed il 3,5% per l'Hiv. Inoltre, il 20% ha una tubercolosi latente ed il 4% ha presentato test positivi per la sifilide. Il dato più preoccupante è che una persona su 3 non è a conoscenza del suo stato di salute in relazione a queste infezioni: occorre quindi essere molto cauti per evitarne un'ulteriore diffusione".

Secondo i dati dell'Istituto superiore di sanità, dal 1985, escludendo le persone di età inferiore ai 15 anni diagnosticate con hiv, si osserva un aumento costante dell'età mediana al momento della diagnosi d'infezione, che è passata da 26 anni per i maschi e 24 anni per le femmine nel 1985 a, rispettivamente, 38 e 34 anni nel 2011. Nel 2010 la classe di età più rappresentata è quella 35-44 anni, nel 2011 quella 25-34 anni. La proporzione di donne era aumentata all'inizio degli anni 2000, ma negli ultimi anni sta diminuendo di nuovo. L'età mediana alla diagnosi dei casi adulti di aids mostra un aumento nel tempo, sia tra gli uomini che tra le donne. Infatti, se nel 1991 la mediana era di 31 anni per i maschi e di 29 per le femmine, nel 2011 le mediane sono salite rispettivamente a 44 e 42 anni. Nell'ultimo decennio, la proporzione di casi di aids di sesso femminile tra i casi adulti è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 23-25%. Le regioni con la maggiore incidenza sono, in ordine: Lazio (3,2%), Liguria (2,9%), Toscana (2,7%) e Piemonte (2,7%). Quelle con il minor numero di casi, invece: Trentino Alto Adige (0,2%), Umbria (0,7%), Molise, Campania e Sardegna (0,9%).

Ampio spazio è stato, inoltre, dedicato durante il congresso al primato italiano sulla terapia antiretrovirale. Secondo uno studio internazionale pubblicato nel 2013 al Croi di Atlanta, l'aspettativa di vita in Italia per un paziente con hiv, regolarmente in terapia, è la più alta rispetto al resto del mondo. Questa ricerca, infatti, ha messo a confronto, tra tutti i registri nazionali, le segnalazioni di infezioni, miglioramenti e decessi dei soggetti in terapia. "In Europa la differenza non è particolarmente rilevante: Francia, Spagna e Germania presentano dati più o meno simili- ha spiegato Giovanni Di Perri, presidente del Congresso per Simit. Sorprende, invece, lo scarto italiano, in positivo, con i dati degli Stati Uniti".

Sono cambiati anche i costumi sociali. Oggi l'80% delle nuove infezioni deriva da rapporto sessuale non protetto, mentre negli anni Ottanta era soprattutto causata dallo scambio di siringhe infette. L'età media dei pazienti è di 30-40anni, mentre fino al 2000 fa era tra i 20 e 30anni. Sono dati importanti, perchè sembrerebbe che i nostri pazienti stiano 'invecchiando naturalmentè, con tutti gli acciacchi e le malattie legate all'età", ha commentato Di Perri.

Durante il simposio si è parlato, ovviamente, anche di terapia antiretrovirale, oggi sempre più compatibile con una buona qualità della vita. La sua somministrazione determina l'inibizione della moltiplicazione del virus hiv e si associa al ripristino delle difese immunitarie. Nelle migliori condizioni di esercizio terapeutico, l'aspettativa di vita di un paziente con infezione da hiv - regolarmente in terapia - inizia ad approssimarsi a quella della popolazione generale. "La ricerca industriale porta a nuove soluzioni farmaceutiche più tollerate e più comode da assumere- ha spiegato Giovanni Di Perri, presidente del Congresso per Simit- come ad esempio la disponibilità di una singola compressa contenente 3 principi, e quindi l'intera terapia da assumere solo una volta al giorno".

(21 maggio 2013)

di d.marsicano

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