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Andrea Chiarotti: da Torino a Vancouver in slitta, sul ghiaccio, e con la mazza da hockey in spalla

Quattro chiacchiere con Andrea Chiarotti, asso e capitano della Nazionale di Ice Sledge Hockey che ha conquistato per la prima volta sul campo il pass paralimpico per Vancouver. Il passato da campione di hockey sul ghiaccio e poi da allenatore, l’incidente, il presente che promette grandi soddisfazioni sportive. E quel ricordo incancellabile del 2006: quando Olimpiadi e Paralimpiadi si svolsero a Torino, a due passi da casa

15 novembre 2009

ROMA - A pochissimi mesi dalla spedizione canadese per partecipare ai Giochi Invernali di Vancouver, avevamo la curiosità di conoscere meglio Andrea Chiarotti, precursore dello hockey su slitta sul ghiaccio, in Italia, capitano della Nazionale e anima dei Tori Seduti piemontesi, la squadra con cui milita nel Campionato Italiano.

Nato nel dicembre del 1966, diplomato Agrotecnico senza troppo entusiasmo, "solo perché era l'unica scuola vicino casa", dice, padre di due figli (anche se uno deve ancora nascere, Lorenzo, a gennaio), e tesserato con la società Alioth di Torino, Andrea vive dove è nato, a Torre Pellice (TO), senza aver mai sentito il richiamo della grande città, il capoluogo sabaudo: "Tanto a Torino ci arrivo in 15 minuti di autostrada, quella costruita in occasione delle Olimpiadi, e che arriva dritto a Pinerolo, sulle montagne. Poi qui ho tutta la serenità di cui ho bisogno, non cerco altro". Una serenità che per un certo periodo ha sicuramente perso, Andrea, ritrovatosi poco più che adolescente privo di un arto per essere caduto dalla moto.

Quell'incidente maledetto gli ha tolto la gamba destra e dato in cambio una protesi, ma per il resto nulla è cambiato nella vita di Andrea: anche lo sport, che già frequentava con passione da sempre, è diventato di grandi prestazioni e altissimo livello. Tanto alto che fra solo tre mesi porterà alti i colori azzurri in Canada, ai Giochi Invernali di Vancouver, con la squadra Nazionale di Ice Sledge Hockey.

Come si arriva alle qualificazioni paralimpiche in uno sport come l'ice sledge hockey, che in Italia, diciamo la verità, non ha una lunghissima tradizione?
E' stata un'avventura straordinaria, finora. Solo nel 2005 eravamo esordienti agli Europei: da quella trasferta tornammo con 0 goal fatti e 56 subiti.

Poi è stata la volta di Torino 2006: una vetrina promozionale immensa e una responsabilità a far bene decuplicata...
A Torino siamo entrati come Nazione competitiva per diritto, per così dire, come Nazione ospitante. Lì il battesimo paralimpico è stato un po' più fortunato: abbiamo sempre perso ma almeno segnato 3 goal, tra Giappone e Gran Bretagna. Ma non dimenticherò mai l'atmosfera che abbiamo vissuto: magica, alle partite era tutto esaurito, poi 100.000 persone in piazza per la Cerimonia di Chiusura. Emozioni fortissime

Da lì in poi, la consacrazione, fino agli ultimi Mondiali di Ostrava, quelli qualificatori per Vancouver 2010
Dal suo inizio, l'ice sledge hockey azzurro ha fatto una scalata incredibile. Questa per le Paralimpiadi è una qualificazione conquistata sul campo, siamo davvero fieri di questo. Per di più, con molti mesi di anticipo sulla ultima occasione utile, che è in corso proprio in queste ore. E' successo che ad Ostrava abbiamo battuto per la seconda volta la Germania, ai rigori. La prima era stata ai Mondiali di Boston 2008, per 4 a 3: un risultato storico. Parliamo della stessa squadra che a Torino era arrivata 4^.

Torniamo a te: come è avvenuto l'incidente?
Era il 1990, avevo 23 anni e tornavo di sera dal Supermercato dove lavoravo. Ho fatto un incidente in moto uscendo da una curva, praticamente ho fatto tutto da solo. E ho subito l'amputazione della gamba destra.

Come ti sei ripreso e cosa diresti a chi si trova nelle tue condizioni?
Sono stato fortunato ad essere circondato di amici. Soprattutto, è successo qualcosa di strano: io che facevo sport da sempre e a buoni livelli, mai avrei pensato ad una seconda vita da sportivo. Il messaggio è quello di non mollare e di avvicinarsi allo sport, che è una terapia di riabilitazione sia fisica che psichica eccezionale.

Come è arrivato sul tuo cammino questo sport così particolare?
Ero giocatore di hockey sul ghiaccio da sempre, prima dell'incidente. Ho militato a discreti livelli, anche in serie B, seconda Divisione italiana. Poi diciamo che a Torino questo è un genere di sport piuttosto diffuso e praticato.

Anche a Torre Pellice, dove sei nato, e dove vivono 5.000 anime?
In particolare qui: a Torre c'è addirittura una squadra di hockey sul ghiaccio che gioca in serie A. Ti lascio immaginare. Poi con i fondi paralimpici per Torino 2006 si sono potenziate le strutture e l'impiantistica del ghiaccio. Anche a Torre Pellice è stato costruito uno stadio del ghiaccio, dove prima ce ne era uno senza ghiaccio per il pattinaggio a rotelle. Il nuovo impianto costruito doveva servirci per gli allenamenti pre-Paralimpiadi

In particolare, risulta alle cronache che il tuo inizio con l'hockey su slitta sia stato da allenatore
Esatto, quando nel 2003 mi sono messo a cercare giocatori in tutta Italia, per formare la squadra che sarebbe andata a Torino, su richiesta della FISD (Federazione Italiana Sport Disabili, ora CIP). Solo che poi ho provato a sedermi io stesso, e da lì non mi sono più voluto alzare. Ci trovo troppo gusto, a giocare.

Tanto che, Nazionale e impegni di vertice a parte, sei uno dei Tori Seduti piemontesi, una delle tre squadre, insieme alle Aquile del Sudtirolo ed all'Armata Brancaleone, che danno vita ogni anno al Campionato Italiano. Ma per la famiglia, il tempo?
Sono convivente con la mia compagna, Erica. Adesso per esempio sto aspettando che mio figlio Thomas esca da scuola, per riportarlo a casa. Poi c'è un secondo bimbo in arrivo a gennaio, Lorenzo.

Eredi non mancano. E dopo le gare? Cosa farai?
Mi sa che torno ad allenare, è grande l'esperienza che ho alle spalle in questo ambito. A partire dai tantissimi ragazzini di Torre Pellice, che sono passati dalle mie lezioni. Credo che il futuro sarà ancora sul ghiaccio, nei miei amati Palazzetti. (A cura del Cip)

(15 novembre 2009)

di e.battaglia

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