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Paralimpiadi. Federico Morlacchi, portabandiera: “Agli azzurri dirò: divertitevi!”

Insieme con Bebe Vio, il nuotatore lombardo guiderà la delegazione italiana in occasione della cerimonia di apertura dei XVI Giochi Paralimpici, in partenza a Tokyo il 24 agosto. “È il momento che gli atleti paralimpici siano equiparati a quelli olimpici. La fatica è la stessa”

12 agosto 2021

VARESE – “Sto chiudendo le valigie. Le divise? Sono arrivate per tempo, un mesetto fa. Insomma, ci siamo”. Le valigie sono quelle per Tokyo, destinazione Giochi Paralimpici 2020 (24 agosto-5 settembre). Il volo parte oggi alle 17.10. Federico Morlacchi, lombardo di Luino, in provincia di Varese, è uno dei due portabandiera italiani (l’altra è Bebe Vio). Morlacchi, nuotatore classe 1993, è alla sua terza Olimpiade: Londra 2012, Rio 2016, Tokyo 2020. Nel cassetto, tanti podi europei e mondiali, svariate medaglie olimpiche: 3 bronzi inglesi, 3 argenti e un oro brasiliani. In Giappone gareggerà nei 100 farfalla, 100 rana, 200 misti (dove, appunto, è campione in carica) e 400 stile. “Ci sono anche due staffette maschili: lotterò per avere un posto”, assicura.
 
Essere portabandiera olimpico. Cosa significa?
Mi è stato comunicato 24 ore prima che venisse diffusa la notizia ufficiale. È stata un’emozione molto forte, non capivo più nulla. È il riconoscimento più grande, quello che va oltre il lato sportivo, perché viene dato alla persona, per ciò che ha dato al movimento. Da lì è stato un susseguirsi di esperienze bellissime – a partire dalla consegna del tricolore da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che non è ancora finito. Finirà il 24, direi. Poi comincerà un altro capitolo. L’unico rammarico è che sfileremo in uno stadio vuoto.
 
Questi XVI Giochi paralimpici estivi avrebbero dovuto tenersi nel 2020, siamo nel 2021.
Onestamente, questo slittamento, su di me, non ha avuto grosse conseguenze. I miei limiti sono esplorati, ormai. Credo, invece, che un anno in più sia stato utile per i molti giovani in squadra, che sono ulteriormente maturati: i loro limiti sono tutti da capire, hanno ampi margini di crescita.

Quali sono le sue aspettative?
Come detto, quello che dovevo dimostrare, l’ho dimostrato. Adesso voglio divertirmi. Il lavoro c’è stato, la fatica anche. Non sono il favorito, ci sono tanti ragazzi che vanno forte. Vediamo.
 
Ripercorriamo insieme le sue Olimpiadi. Londra 2012.
La mia prima Olimpiade. Ho gareggiato il primo giorno, in quel momento ero l’unico italiano con la possibilità di andare a medaglia. Avevo un’ansia folle. Lo stadio del nuoto di Londra era allucinante e io, 18enne, sono stato travolto da emozioni non solo positive. Poi è arrivato il bronzo, e mi sono caricato. Penso che l’Olimpiade inglese sia stata quella con la migliore organizzazione di sempre. Le 17mila persone che c’erano allo stadio erano consapevoli, capivano le classi: da questo punto di vista, gli inglesi sono avanti anni luce. Certo, forse manca un pochino la cultura della sconfitta (il riferimento è ai recenti episodi che hanno visto gli italiani battere, anche di pochissimo, gli inglesi, seguiti da svariate polemiche, ndr). Ma è un problema più ampio: in un mondo ossessionato dalla perfezione, basta una sconfitta per essere etichettato come perdente. Niente di più lontano dalla mia concezione: anche perdere è importante. Per rialzarsi e andare a vincere.
 
Rio 2016.
L’impressione è che fosse meno ‘organizzata’ di Londra, ma abbiamo percepito un calore senza pari. Quello brasiliano è un popolo estremamente accogliente, forse un po’ ‘confusionario’, ma con un cuore grande. Il tifo che c’era nello stadio di Rio, a Londra non c’era. È proprio questo il bello: le paralimpiadi, lo sport, sono un modo per conoscere le varie sfaccettature dei popoli.
 
Tokyo 2020.
L’Olimpiade rispecchia il popolo che la ospita. Di certo l’assenza di pubblico giocherà un ruolo essenziale. Me l’aspetto precisa, puntuale. Un’edizione curata nei minimi dettagli, nonostante tutto.
 
Le Olimpiadi, complice anche il gran numero di medaglie vinte dagli azzurri, sono state molto seguite anche in Italia. I riflettori rimarranno accesi anche sulle Paralimpiadi?
Il mondo ha imparato a conoscerci, siamo sempre più visibili e autorevoli anche per chi sta fuori il movimento. Spero ci sarà un’equiparazione di visibilità, credo sia il momento. Un atleta olimpico e un atleta paralimpico, seppur diversi, devono essere visti come uguali. Lavoriamo tanto tutti e due: cambia la condizione di base, ma non lo status. Mi piacerebbe che le gesta dei ragazzi che avrò l’onore di condurre nello stadio siano celebrate anche in patria.
 
Nuoto e sport. Cosa significano per lei?
Ho cominciato a nuotare a tre anni, dopo aver messo la protesi (Morlacchi è nato con una ipoplasia congenita al femore sinistro, ndr). Era l’unico sport che potessi fare senza protesi e che mi avrebbe permesso lo sviluppo armonico di tutto il corpo. Lo sport, per me, è la palestra della vita, come la scuola. E nello sport, come nella scuola, ci si ritrova tante volte di fronte a muri, ostacoli, sconfitte. Però, che tu sbagli una verifica o una gara, un modo per recuperare, per reagire, c’è. E se a scuola, o nello sport, capita spesso che tu abbia una seconda occasione, nella vita non sempre è così: meglio farsi trovare pronti.
 
Quando si parla di sport paralimpico, spesso ci si sofferma sulle storie di grandi campioni, come la sua, quella di Bebe Vio, prima ancora quella di Alex Zanardi. È forse venuto il momento di parlare anche di sport inclusivo, quello vissuto da bambini e ragazzi che, forse, una medaglia non la vinceranno mai?
Raccontare storie ‘emblematiche’ è molto utile per creare empatia con chi vive situazioni simili. Io sono nato con una gamba più corta: se la mia storia viene diffusa, tante persone potranno riconoscersi in questa condizione. Sa quante volte uomini e donne sono venuti da me per dirmi che, anche grazie a me, hanno cominciato a fare sport? Gli esempi ‘di successo’ sono un veicolo di conoscenza e consapevolezza per chi verrà dopo. Ma, se gli atleti mediaticamente più esposti attirano, bisogna poi parlare anche di avviamento allo sport. Atleti forti ispireranno ragazzi ambiziosi che, magari, a loro volta accompagneranno la crescita di nuove leve. È un ciclo.
 
Cosa dirà alla delegazione azzurra?
Le medaglie, naturalmente, sono le benvenute. Ma dirò loro di divertirsi come matti: sarà un’esperienza assurda, soprattutto per chi è esordiente. Sarà un’avventura, un ricordo, che farà per sempre parte di noi.

di Ambra Notari

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