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Immigrazione e contesti regionali: il Centro. Il Lazio

Dossier Statistico Immigrazione 2021: in esame i dati riferiti all’andamento del fenomeno migratorio presente nei diversi contesti regionali per l’anno 2020, lavoro, scolarizzazione, integrazione, attività imprenditoriali, assistenza sociale.

27 settembre 2022

Le caratteristiche della popolazione straniera

Nella regione del Lazio la pandemia da Covid-19 ha condizionato pesantemente la dinamica demografica della popolazione, accentuando il trend negativo in atto dal 2018. In base ai dati provvisori dell’Istat, infatti, al 31 dicembre 2020 i residenti in regione ammontavano a 5.720.796 unità, 34.904 in meno rispetto all’anno precedente (-0,6%), per un calo pari a due volte quello registrato nel 2019 (-17.376) e nettamente superiore a quello del 2018 (-1.530). Nel corso del 2020 il decremento demografico è stato in linea con quello nazionale ed ha interessato tutte le province, in particolare quelle di Roma e Viterbo. Le conseguenze della pandemia hanno avuto un impatto diretto sulla dinamica naturale e indiretto sulla dinamica migratoria della popolazione. I decessi hanno superato le 62mila unità (+5.365 rispetto al 2019), mentre le nascite sono risultate di poco inferiori a 38mila (-954), comportando un peggioramento del saldo naturale (nascite-decessi), di fatto già ampiamente negativo: -24.230 unità nel 2020 rispetto alle -17.911 dell’anno precedente. Sul piano del movimento migratorio, a causa delle limitazioni agli spostamenti imposte con il lockdown, le iscrizioni anagrafiche dall’estero si sono ridotte del 36,2% (da 34.319 nel 2019 a 21.912 nel 2020) e le cancellazioni del 13,7% (da 13.661 a 11.794), determinando un saldo con l’estero positivo (+10.118) ma dimezzato rispetto all’anno precedente (+20.658), in grado di compensare solo in minima parte il bilancio negativo della dinamica naturale. Nel corso del 2020 il calo demografico ha colpito per la prima volta anche la popolazione straniera, scesa a fine anno a 625.572 residenti, per un decremento di 3.599 unità rispetto al 2019 (-0,6%). Osservando il bilancio demografico, si nota che su tale diminuzione hanno pesato in parte le stesse dinamiche negative che hanno colpito la popolazione nel suo complesso, e in particolare la forte riduzione dei flussi migratori internazionali. Nel 2020, infatti, il saldo migratorio con l’estero degli stranieri è sceso drasticamente a +15.819 unità dalle +22.802 del 2019; le iscrizioni anagrafiche da questo canale sono diminuite del 35,1% (da 27.569 a 17.893) e il numero di cancellazioni del 56,6% (da 4.767 a 2.704). Anche il loro saldo naturale, pur positivo per 4.620 unità, si è ridotto considerevolmente rispetto al 2019 (-15%), per l’effetto congiunto del calo dei nuovi nati stranieri nell’anno (5.726 contro i 6.279 del 2019, pari al -8,8%) e dell’aumento consistente dei decessi (1.106 a fronte degli 845 dell’anno precedente, pari a +30,9%). A diminuire è stato anche il peso dei nuovi nati stranieri sul totale dei nati in regione, che nel 2020 è sceso di un punto percentuale (dal 16,1% al 15,1%). Tra i fattori non toccati direttamente dalla pandemia, che però hanno contribuito in modo significativo al calo dei residenti stranieri, vi sono anche le acquisizioni di cittadinanza italiana, le quali nel corso dell’anno hanno sottratto 6.018 individui dal computo complessivo, e gli effetti delle revisioni anagrafiche, il cui saldo (denominato “per altri motivi”) è risultato negativo per oltre 18mila unità e in peggioramento rispetto all’anno precedente (-15.612), soprattutto per un incremento delle cancellazioni. In relazione a quest’ultimo aspetto, va considerato che le cancellazioni “per altri motivi” dei cittadini stranieri (dovute a irreperibilità ordinaria o al mancato rinnovo della dichiarazione di dimora abituale trascorsi sei mesi dalla scadenza del permesso di soggiorno) risultano spesso in trasferimenti di residenza all’estero non comunicati in anagrafe. Di conseguenza, tenendo conto della sostanziale chiusura delle frontiere a causa del lockdown, è probabile che l’incremento di queste cancellazioni (e di riflesso il peggioramento del relativo saldo) sia dovuto non tanto ad un aumento degli espatri, ma piuttosto ad una crescita del numero di cittadini stranieri che nel corso del 2020, anche e soprattutto a causa della pandemia, hanno perso l’alloggio o il lavoro, scivolando in una condizione di irregolarità (si pensi ad esempio alle lavoratrici e ai lavoratori domestici e di cura o agli impiegati del comparto della ristorazione). Per quanto riguarda le acquisizioni di cittadinanza, invece, si rileva una battuta d’arresto rispetto all’anno precedente. Dopo l’inversione di tendenza registrata nel 2019, infatti, nel 2020 queste sono risultate in calo del 35%, dato che si pone in netta controtendenza con quanto riscontrato in media nelle regioni del Centro Italia (+1,5%) e a livello nazionale (+4,5%). Nel Lazio il tasso di acquisizione di cittadinanza (calcolato come rapporto tra nuove acquisizioni e popolazione media straniera nell’anno per mille) risulta circa tre volte inferiore al valore medio nazionale (9,6 a fronte di 26,4 per mille) e il secondo più basso tra le regioni italiane dopo quello della Campania (7,2). Rispetto al 2019, tutte le nazionalità più numerose hanno subito un calo di residenti, eccetto indiani (+2,6) e bangladesi (+0,9%). Per i primi in particolare, non è escluso che l’incremento sia dovuto anche agli effetti della regolarizzazione varata nell’estate del 2020, viste da un lato la sostanziale chiusura delle frontiere che ha limitato gli arrivi dall’estero e dall’altro la forte concentrazione di questa collettività nel settore agricolo. In termini relativi, le perdite più consistenti hanno riguardato, invece, le collettività polacca (-3,3%) e albanese (-1,5%), seguite da quelle romena, filippina e peruviana (-1,3%). Per quanto riguarda le altre nazionalità, incrementi significativi sono stati rilevati per i residenti del Pakistan (+6,2%) e del Regno Unito (+4,9%), mentre sono risultati in deciso calo moldavi, ecuadoriani (entrambi -3,6%), brasiliani (-4,8%) e macedoni (-6,0%). Nonostante le variazioni intercorse nell’anno, la graduatoria delle nazionalità più numerose è rimasta la stessa del 2019: al primo posto i romeni con 210.315 residenti, seguiti da filippini (41.500), bangladesi (35.600), indiani (29.000) e cinesi (23.000). Nel complesso, i cittadini comunitari restano il gruppo più consistente, rappresentando il 41,6% dei residenti stranieri (percentuale che sale al 54% se si includono anche gli europei non comunitari), seguono gli asiatici con il 25,9%, suddivisi tra area centro-meridionale (13,6%) e orientale (11%), gli africani con il 12,2%, metà dei quali (6%) provenienti dall’Africa settentrionale, e i centro-sudamericani con il 7,2%. Il calo della popolazione straniera in regione è osservabile anche attraverso i dati sui titolari di permesso di soggiorno. Nel 2020 i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti nel Lazio sono diminuiti per il secondo anno consecutivo, attestandosi a fine anno a 380.037 unità (-24.004 e -5,9% rispetto al 2019 e -35.453 e -8,5% rispetto a 2 anni prima). La contrazione ha interessato esclusivamente lo stock dei titolari di permessi a termine, il cui numero è sceso drasticamente a 177.498 (-28.816 e -14,0% rispetto ai 206.314 dell’anno precedente), per un’incidenza del 46,7% sul totale dei soggiornanti rispetto al 51,1% del 2019 (-4,4 punti percentuali). A tale significativa contrazione, che in buona parte va collegata alle aumentate difficoltà di rinnovo dei permessi (in quanto questa categoria di soggiornanti, dato il suo status precario, si è trovata certamente più esposta alle ripercussioni economiche e sociali della pandemia), si è contrapposto, contrariamente a quanto avvenuto in Italia e in regione nel 2019, l’aumento dei titolari di un permesso di lungo periodo (202.539 rispetto ai 197.727 dell’anno precedente: +4.812 e +2,4%), la cui incidenza sul totale dei soggiornanti è salita pertanto al 53,3%, valore ancora inferiore ma non lontano come in passato da quello medio nazionale (59,4%). Tra i titolari di permesso a termine, quelli con un permesso per motivi di lavoro sono 36.959, il 20,6% in meno dell’anno precedente, a rappresentare poco più di un quinto del totale (20,8%). Tra questi si contano appena 30 lavoratori stagionali contro i 330 del 2019 (-90,9%), a dimostrazione del forte impatto che la chiusura delle frontiere ha avuto sul reclutamento di manodopera straniera. I soggiornanti per motivi di famiglia sono 93.095, il 52,4% di tutti i titolari di permessi a termine, anch’essi in calo del 7,4%, così come i soggiornanti per motivi di protezione internazionale ed ex umanitari: 22.762, il 12,8% del totale, contro i 28.685 del 2019 (-20,6%% in un anno). Infine, i soggiornanti per studio (il 3,8% del totale) scendono da 10.444 nel 2019 a 6.743 nel 2020, segnando un decremento del 35,4% rispetto all’anno precedente, provocato, anche in questo caso, dall’impatto che le misure anti-Covid hanno avuto sui flussi di studenti dall’estero. Quale conseguenza diretta dei provvedimenti di chiusura delle frontiere, e in linea con quanto avvenuto nel 2019, nel 2020 i flussi in ingresso dei cittadini non comunitari si sono drasticamente ridotti: 12.061 nuovi permessi rilasciati, ossia -8.878 e -42,4% rispetto all’anno precedente, quando lo stesso numero era diminuito a 20.939 (-19,4% rispetto ai 25.971 del 2018). Il calo ha interessato tutti i principali motivi di soggiorno: i permessi per lavoro (517) e per protezione internazionale ed ex umanitaria (1.162) sono risultati più che dimezzati (-56,2% e -64%), e altrettanto significative sono state le riduzioni dei permessi per studio (1.825) e per motivi familiari (6.029), rispettivamente -47,3% e -42,5%. Tuttavia, il calo degli ingressi per protezione internazionale ed ex umanitaria (categoria che include anche i titolari di un permesso per richiesta asilo) riesce a dare conto solo in parte della diminuzione dello stock dei soggiornanti relativo a tali motivi; diminuzione che sembra piuttosto scontare ancora le conseguenze prodotte dal primo “Decreto Salvini” (ora in parte superate), le quali hanno complicato, se non reso impossibile soprattutto in un contesto come quello pandemico, il rinnovo di alcuni titoli di soggiorno per protezione, portando molte persone a cadere nell’irregolarità. Confermando la tendenza degli ultimi anni, anche il numero delle persone ospitate nelle strutture di accoglienza della regione è risultato in calo: a fine 2020 si contavano 7.491 presenze, il 12% in meno rispetto all’anno precedente; calo che è proseguito anche nei primi sei mesi del 2021 (-7,9%). A tale data, le persone ospitate erano 6.898, il 27,4% dei quali nei centri Siproimi (oggi Sai) e il 72,6% in altre strutture, collocando il Lazio al quarto posto in Italia per numero di presenze in accoglienza dopo Lombardia (9.685), Emilia Romagna (7.850) e Sicilia (6.955).

La scolarizzazione degli alunni stranieri 

Per l’anno scolastico 2019/2020 vi è stato un incremento  della quota di studenti stranieri nelle scuole della regione (i dati, tuttavia, si riferiscono ad iscrizioni che precedono la pandemia e riflettono solo in parte le conseguenze avute dalla Didattica a distanza sulla frequenza scolastica). Su 809.775 iscritti, infatti, quelli con cittadinanza non italiana erano 80.947: il 10% del totale contro il 9,8% dell’a.s. precedente. In particolare, a fronte di un calo complessivo della popolazione scolastica di quasi 5mila unità (-0,6%), gli studenti con cittadinanza italiana hanno registrato una diminuzione di oltre 6mila unità (-0,8%) mentre gli studenti stranieri una crescita di 1.106 unità (+1,4%). Nello specifico, ad aumentare sono stati solo gli studenti stranieri nati in Italia (+1.998 unità e +4,0%), che hanno compensato il calo dei nati all’estero (-892 e -3,0%), incrementando in tal modo la loro quota sul totale degli studenti stranieri di oltre un punto percentuale rispetto all’a.s. 2018/2019 (da 62,3% a 63,9%). L’incidenza degli alunni stranieri nati in Italia registra un picco nelle scuole dell’infanzia (82,8%) e un valore nettamente in crescita nelle scuole secondarie di secondo grado (+4,7% rispetto all’a.s. 2018/2019), dove raggiungono il 40,4% del totale. Sul versante dei percorsi scolastici, inoltre, continua a crescere la percentuale di studenti stranieri che si iscrive ai licei (+1,2 punti percentuali e 45,8% del totale), a scapito di coloro che scelgono un istituto tecnico (-0,6 punti percentuali e 34,7%) o professionale (-0,7 punti percentuali e 19,5%), segnalando maggiori possibilità di accesso a titoli di studio più avanzati e a lavori migliori e meglio remunerati.

Economia e immigrazione

In questa regione, come nel resto d’Italia, la pandemia ha avuto pesanti ripercussioni soprattutto sull’attività economica (Pil -8,4%), penalizzando soprattutto i comparti del commercio, alberghiero e della ristorazione. L’occupazione ha registrato un calo consistente (2.339mila occupati rispetto ai 2.386mila dell’anno precedente: -47mila e -2,0%) e il tasso di occupazione è sceso di 1 punto percentuale, attestandosi al 60,2%. Per effetto delle peggiorate condizioni del mercato del lavoro, è aumentato il numero di persone inattive (tasso di attività: 66,4%, -1,7 punti percentuali rispetto al 2019) e si è ridotto quello delle persone in cerca di occupazione (234mila disoccupati rispetto ai 263mila del 2019: -29.200 e -11,1%), determinando in tal modo un calo del tasso di disoccupazione (dal 9,9% al 9,1%). All’interno di questa condizione economica precaria, i lavoratori stranieri hanno risentito in misura maggiore degli effetti della pandemia rispetto agli italiani. Il numero degli occupati è diminuito da 342mila a 319mila (-6,8% e -23.200 in meno rispetto al 2019, per un’incidenza pari al 13,6% sul totale degli occupati, in calo di 0,7 punti percentuali), con perdite rilevanti nei servizi (-9,8%), in particolare nel commercio (-6,7%) e nel lavoro domestico (-13,7%), e nell’industria (-3,8%), in particolare nelle costruzioni (-11,2%), mentre è aumentato nel settore agricolo (+4.581 e +19,5%), in parte sostenuto dalle procedure di regolarizzazione attivate nel 2020. Il tasso di occupazione è sceso al 60,3% (-2,4 punti percentuali rispetto al 2019) riducendosi in misura più consistente rispetto a quello degli italiani (60,2% e -0,8 punti percentuali), così come il loro tasso di disoccupazione (dal 13,7% del 2019 all’11,1% del 2020, contro un tasso che per gli italiani è passato dal 9,3% all’8,8%), a mostrare una maggiore fuoriuscita di stranieri dal mercato del lavoro. Il terziario resta il settore di impiego principale degli stranieri (vi lavora il 73,7% degli occupati, tra cui il 12,2% nel commercio e il 28% nel lavoro domestico, dove incidono per il 77% sul totale degli addetti), seguito dall’industria (17,5%, tra cui il 10,7% nelle costruzioni) e dall’agricoltura (8,8%, dove rappresentano circa la metà dei lavoratori: 48,2%). A livello professionale, il 62,7% svolge lavori manuali (il 40,3% dei quali a bassa qualifica contro il 7,4% degli italiani), il 28% è impiegato/addetto alle vendite e solo il 9,3% (a fronte del 45,6% degli italiani) ha un lavoro dirigenziale o di natura intellettuale (quota che risulta in crescita di 1 punto percentuale rispetto al 2019). Tali ripartizioni rimarcano la dualità del mercato del lavoro dei cittadini immigrati, cui si accompagnano, come risultato, ampie differenze sul piano retributivo (retribuzione media mensile degli stranieri: 982 euro contro i 1.465 dei lavoratori italiani), nonostante molti stranieri siano in possesso di titoli e qualifiche adatte a ricoprire mansioni migliori (e meglio pagate) rispetto a quelle abitualmente svolte (sovraistruiti: 42,8% contro il 28,5% degli italiani), e per cui sarebbe necessario un meccanismo più fluido di riconoscimento. Diversamente dal lavoro dipendente, le conseguenze della crisi pandemica sembrano non aver toccato l’andamento delle imprese immigrate, che continuano a crescere anche nel 2020 (+2,7% rispetto all’anno precedente, per un totale di 84.324 imprese attive, il 12,8% del totale regionale). Tra i titolari d’impresa (59.308, il 19,7% dei quali donne), bangladesi (22,9%), romeni (16,7%) e marocchini (7,6%) si confermano le tre collettività più rappresentate e i servizi il settore di maggiore inserimento (66,6%), tra cui spiccano il commercio (37%) e i servizi alle imprese (13,7%), seguito dalle costruzioni (22,4%).

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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