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Immigrazione e contesti regionali. Il Nord Ovest: l’Emilia-Romagna

Dossier Statistico Immigrazione 2021: in esame i dati riferiti all’andamento del fenomeno migratorio presente nei diversi contesti regionali per l’anno 2020, lavoro, scolarizzazione, integrazione, attività imprenditoriali, assistenza sociale.

13 settembre 2022

L’immigrazione in Emilia-Romagna

Cittadini stranieri residenti e con permesso di soggiorno

Secondo i dati provvisori dell’Istat al 31 dicembre 2020 i cittadini stranieri residenti in Emilia-Romagna (ER) sono 537.556 e costituiscono il 12,1% della popolazione complessiva. Quasi un quarto degli stranieri residenti (23,1%) è cittadino di un paese dell’Unione europea; tale incidenza è meno elevata di quella registrata per il Nord-Est (27,6%) e per l’Italia (29,3%), mentre se si calcola l’incidenza dei soli cittadini non Ue sul totale della popolazione residente in ER, si perviene a una percentuale del 9,3%. Il numero di residenti stranieri risulta in leggero decremento rispetto all’anno precedente; si tratta di poche decine di unità (-0,01%). Tuttavia, se negli ultimi anni si era evidenziata una progressiva crescita dell’incidenza percentuale di cittadini stranieri sui residenti, fino ad arrivare all’attuale valore del 12,1%, la pandemia da Covid-19 ha inciso profondamente sui movimenti internazionali, tanto che il saldo migratorio estero della popolazione straniera risulta più che dimezzato rispetto al 2019. A ciò si aggiunge anche una flessione dei movimenti interni al territorio nazionale, rispetto ai quali l’ER è sempre stata una delle regioni maggiormente attrattive sia per i cittadini stranieri che per la componente italiana della popolazione. Nello specifico riferimento provinciale, si conferma la più alta incidenza dei residenti stranieri nei territori nord-occidentali: nella provincia di Piacenza si registra una percentuale del 14,6%, seguita da quella di Parma attestata al 14,3%. Al terzo posto, con un’incidenza del 13,0%, si trova la provincia di Modena, seguita da quella di Reggio Emilia (12,2%), mentre le altre province si collocano al di sotto della media regionale: nell’ordine, Bologna all’11,7%, Ravenna all’11,3%, Forlì-Cesena all’11,0%, Rimini al 10,7% e infine Ferrara al 9,5%. I cittadini stranieri sono una realtà composita, caratterizzata da genere, età, anzianità migratoria, composizione familiare differenti: basti ricordare che gli stranieri residenti in ER appartengono a oltre 170 paesi diversi. Al riguardo, in regione così come nel resto del paese, la comunità romena si conferma la più numerosa: al 31 dicembre 2020, i cittadini romeni residenti in regione sono quasi 94.400, pari al 17,6% del totale degli stranieri residenti (a livello nazionale 22,7%). Al secondo posto, assai distaccati, si collocano i cittadini del Marocco (11,1%, contro l’8,1% a livello nazionale, dove difatti si collocano al terzo posto) e poi gli albanesi (10,5% e 8,2% in Italia), seguiti a loro volta da ucraini (5,9%) e cinesi (5,3%). Dietro questo quadro d’insieme, si trovano specificità territoriali. La comunità romena risulta essere la più numerosa in sei province su nove, mentre nelle province di Reggio Emilia e Modena prevalgono i cittadini del Marocco e in quella di Rimini gli albanesi. A seconda del paese e dell’area geografica cambia poi la composizione di genere delle comunità. Le più numerose sono le realtà dell’Europa centro-orientale – come Ucraina, Moldova, Polonia, Bulgaria, Russia –  e si caratterizzano per una prevalenza femminile. Altre comunità di storico insediamento nel territorio, come marocchini, cinesi e albanesi, mostrano un quasi assoluto equilibrio di genere, mentre altre realtà ancora, come quelle dell’Africa subsahariana e del Sud-Est asiatico, presentano una prevalenza maschile, più o meno marcata a seconda dei paesi. Si deve comunque evidenziare per l’insieme dei cittadini stranieri una prevalenza femminile (pari al 52,8% del totale degli stranieri residenti in regione) in tutte le nove province emiliano-romagnole (in particolare in quella di Rimini: 56,2%), in linea con il resto d’Italia (51,9%). L’altra dimensione da prendere in esame è l’età, vista anche la struttura anagrafica decisamente più giovane della popolazione straniera rispetto a quella italiana. Infatti, l’età media dei cittadini stranieri residenti in regione è poco inferiore ai 35 anni, quella degli italiani è di oltre 47 anni. Una parte significativa dei minori residenti è costituita da bambini stranieri nati in Italia. I bambini stranieri nati nel corso del 2020 in ER sono stati 7.292, pari a un quarto del totale dei nati nell’anno (in Italia il 14,7%). Un altro aspetto di rilievo riguarda le acquisizioni di cittadinanza italiana. I cittadini stranieri che nel corso del 2020 l’hanno acquisita in ER sono stati 14.963. Il numero di acquisizioni è progressivamente aumentato fino al 2016 (25.270) per poi diminuire al di sotto delle 19mila unità nel 2017, scendere ulteriormente nel 2018 (13.446) e nel 2019 (12.014), fino a registrare una nuova risalita nel 2020, con quasi 15mila acquisizioni. I dati forniti dal Ministero dell’Interno indicano, al 31 dicembre 2020, la presenza in regione di 383.356 soggiornanti non comunitari titolari di permesso di soggiorno, dato in flessione del 5,2% rispetto all’anno precedente dopo la diminuzione del 3,8% rilevata due anni prima. I nuovi permessi rilasciati nel corso del 2020 in ER sono stati 9.411, in forte contrazione rispetto agli oltre 15.400 del 2019 (-39,1%, flessione ancora più marcata rispetto al -27,3% registrato fra il 2018 e il 2019). Circa le motivazioni del rilascio, si conferma una netta prevalenza di quelle familiari, essenzialmente relative ai ricongiungimenti, che costituiscono quasi due terzi dei casi in ER (65,4%) e il 58,5% in Italia. A livello regionale così come nazionale, hanno acquisito un crescente rilievo i permessi di lungo periodo, non soggetti a rinnovo e che dunque forniscono una maggiore stabilità: se ancora nel 2011 costituivano meno della metà dei permessi, nel 2020 si attestano al 63,8% (media nazionale: 59,4%). Per quanto concerne, invece, i migranti presenti nelle strutture di accoglienza, i dati del Ministero dell’Interno confermano anche per il 2020 la tendenza al decremento: si passa infatti dalle oltre 13.600 presenze al 31 dicembre 2017 alle 8.392 del 2020. Solo nell’ultimo anno, a livello regionale, si registra un decremento prossimo all’11%, che arriva al 12,6% a livello nazionale. I dati più aggiornati, inoltre, mostrano un’ulteriore flessione (7.850 presenze al 30 giugno 2021).

La scolarizzazione degli alunni stranieri

Nell’a.s. 2019/2020 gli alunni stranieri iscritti nelle scuole dell’ER di ogni ordine e grado sono stati 105.500 (di cui oltre due terzi, il 68,1%, nati in Italia), pari al 17,1% del totale (nell’a.s. 2018/2019 erano il 16,4%). Questa incidenza è più elevata nella scuola dell’infanzia (19,8%) e nella scuola primaria (19,5%), per scendere al 17,2% nella scuola secondaria di primo grado e attestarsi infine al 12,9% in quella di secondo grado. Tutti questi valori risultano in incremento rispetto al precedente anno. I paesi di cittadinanza maggiormente rappresentati dalla popolazione studentesca sono, nell’ordine, Marocco (16,4%), Albania (15,0%), Romania (12,2%), Cina (5,9%) e Moldova (5,3%). Questa graduatoria riflette solo parzialmente quella dei paesi di origine degli stranieri residenti sopra illustrata, a causa delle già evidenziate differenze fra le diverse comunità in termini di struttura anagrafica, genere e anzianità migratoria.
 
L’inserimento lavorativo dei migranti in regione

In base all’ultimo rapporto della Banca d’Italia, nel 2020 la pandemia ha provocato un forte calo del Pil regionale (-9,4%), leggermente superiore al Nord-Est (-9,1%) e al resto d’Italia (-8,9%). Il numero complessivo degli occupati è tornato sotto i due milioni (1.989.766), con un calo di 42.807 unità rispetto all’anno precedente (-2,1%), mentre quello degli occupati stranieri è rimasto stabile (circa 259.800), con un incremento di circa 300 unità rispetto al 2019. Ciò si è tradotto in una crescita dell’incidenza degli stranieri sul totale degli occupati dal 12,8% al 13,1%, confermando un valore ben al di sopra della media nazionale (10,2%). Diminuiscono, invece, in modo significativo, le donne straniere occupate (da 122.867 a 115.952), passando a rappresentare il 44,6% degli stranieri occupati. Il tasso di attività (73,7% per gli italiani e 69,5% per i cittadini stranieri) e il tasso di occupazione (70% per gli italiani e 61,7% per gli stranieri) sono risultati entrambi in calo rispetto allo scorso anno, confermando un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro a causa della crisi pandemica. Il tasso di disoccupazione, invece, spinto dal maggior numero di persone inattive, è risultato in calo sia per gli stranieri (11,1%) che per gli italiani (4,9%). Il 7,3% dei lavoratori stranieri è occupato in agricoltura, il 31,3% nell’industria e il 61,4% nel terziario. I lavoratori domestici sono circa 41.500, pari al 16,0% degli stranieri occupati, in calo del 13,5% rispetto al 2019. Per quanto concerne le professionalizzazione, il 27,7% svolge un lavoro manuale non qualificato (contro il 6,7% degli italiani), il 37,1% un lavoro manuale specializzato, il 27,4% sono impiegati, addetti alle vendite e ai servizi personali e solo il 7,7% ricopre mansioni dirigenziali o professioni intellettuali o tecniche (italiani: 42,4%). Tuttavia, tali dati andrebbero letti considerando che i lavoratori stranieri risultano sovraistruiti nel 39,8% dei casi, a fronte del 27,5% dei lavoratori italiani. Per quanto riguarda l’andamento autoimprenditoriale si osservA che in base ai dati Infocamere/G. Tagliacarne, a fine 2020 sono attive in regione 55.999 imprese immigrate, il 12,5% del totale, in crescita del 2,7% rispetto al 2019, a fronte di un calo di quelle italiane (-1,0%). Per quanto riguarda le imprese individuali, il 38,1% si inserisce nel comparto dell’edilizia (38,1%), seguito dal commercio (25,0%) e dalla manifattura (9,9%). Si tratta di imprenditori che provengono soprattutto dall’Albania (12,0%), che rispetto allo scorso anno supera la Cina (11,8%), seguita da Marocco (11,3%), Romania (10,6%) e Tunisia (8,2%). Tra i titolari di imprese individuali nati all’estero, le donne sono 9.705, il 23,2% del totale.

La mediazione interculturale in regione

A distanza di circa undici anni dalla prima ricerca promossa dalla regione sui mediatori interculturali, il 21 giugno 2021 è stata presentata una nuova e aggiornata ricerca denominata La mediazione inter-culturale in Emilia Romagna. Si tratta di un ampio lavoro di indagine, mirante a raffinare e ridefinire le conoscenze su chi sono e dove operano i mediatori e le mediatrici che quotidianamente lavorano nel territorio regionale e che agiscono una funzione fondamentale per le politiche di inclusione e di contrasto alle diseguaglianze. La ricerca ha condotto un’indagine di sfondo rispetto all’attuale offerta, ha successivamente coinvolto attraverso focus group la committenza pubblica e i principali soggetti collettivi (imprese o associazioni) fornitori dei servizi di mediazione e ha infine intervistato i mediatori operanti in ER, attraverso un apposito questionario online che ha consentito di poter disporre di 242 interviste.

La ricerca ha permesso di:
- delineare il nuovo “identikit” del mediatore, che risulta prevalentemente donna, di cittadinanza italiana (per lo più acquisita), ultraquarantenne, in Italia da almeno 15 anni, con un titolo di studio medio alto e che parla almeno 3 lingue. Lavorativamente parlando, è impiegata part-time in una cooperativa, agisce come mediatrice su più ambiti di intervento e svolge anche funzioni di backoffice;- confermare alcune linee evolutive della professione, a partire dalla strutturazione dell’offerta sostanzialmente fornita da imprese, associazioni o altri attori collettivi (residuali i singoli professionisti) e dall’uso crescente degli strumenti digitali;- evidenziare i cambiamenti di natura professionale e le nuove necessità formative, dovendo il mediatore operare contemporaneamente su più ambiti di lavoro all’interno di organizzazioni complesse. Sono quindi emerse 5 obiettivi da raggiungere per mantenere in efficienza questo prezioso strumento di intervento e tutelare chi ne è protagonista. Essi riguardano:- la regolamentazione e l’organizzazione futura dei servizi di mediazione in termini di conciliazione tra esigenze di competenza e flessibilità operative espresse dalla committenza pubblica e dai fornitori sul mercato, e allo stesso tempo di valorizzazione delle capacità relazionali ed espressive dei singoli mediatori/rici che spesso rappresentano il vero valore aggiunto per l’efficacia del loro intervento;- i cambiamenti tecnologici e gli atteggiamenti professionali conseguenti. Dopo il Covid-19, senza voler svilire in alcun modo la mediazione ad alto contenuto relazionale diretto, appare impossibile operare in assenza di strumenti digitali, ma per procedere in questa direzione si rendono necessari percorsi di “mediazione e alfabetizzazione digitale”, così da facilitare l’utilizzo degli strumenti informatici da parte degli/lle utenti, e occorre altresì risolvere problematiche di setting relazionale e di privacy; - le mutazioni del territorio, delle reti di prossimità e delle comunità a cui si associa la trasformazione dei processi migratori, determinano forti cambiamenti nelle pratiche di mediazione e le spingono sempre più nella direzione di agire mediazioni con la città, con il quartiere, nel condominio, negli interventi di prossimità e di strada;- il quadro formativo e curricolare di mediatori e mediatrici, ovvero aggiornare i percorsi formativi e rendere uniformi ed equipollenti i titoli acquisiti nei vari corsi o concessi da soggetti estremamente eterogenei (centri di formazione professionale, università, enti privati, ecc.), ma anche definire percorsi per qualificare i soggetti fornitori individuando standard minimali per poter partecipare alle gare;- il ruolo della committenza pubblica rispetto alla qualità dei servizi e le regole d’ingaggio con i soggetti fornitori nel fissare, naturalmente riconoscendoli anche sul piano economico, alti requisiti di qualità, a partire da requisiti formali e di professionalità del personale ingaggiato e clausole che favoriscano la formazione continua. Rimane la necessità di riconoscere e valorizzare gli interventi migliorativi messi in campo con il coinvolgimento diretto di chi la mediazione la realizza e la vive nel quotidiano, come nel caso del Comune di Bologna, che, in collaborazione con Asp-Città di Bologna, Cidas e Lai-momo cooperative sociali, ha prodotto uno specifico Codice operativo contenente linee guida per i servizi territoriali e i mediatori/rici interculturali. A tale proposito è stato elaborato un focus group tematico dedicato alle specifiche fasi del colloquio di mediazione, successivamente a un percorso di qualificazione di mediatori/rici e di operatori/rici impegnati/e nei servizi alla persona del Comune di Bologna e di Asp. Gli ultimi mesi del 2021 saranno dedicati alla diffusione capillare dello strumento prodotto presso i servizi sociali territoriali, corredato di informative multilingue rivolte ai/lle beneficiari/e e reso disponibile sul sito del Comune

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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