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Non solo dati statistici: una nuova antropologia dei lavoratori immigrati

Dossier Statistico Immigrazione 2021: focus sulla questione delle migrazioni internazionali e la loro influenza esercitata nei diversi settori della vita dei migranti soprattutto per quel che concerne gli spostamenti umani nel divenire del mercato lavorativo. Una questione che ha interessato anche i nostri connazionali a partire dalla fine del XVIII secolo e in dopo Secondo dopoguerra.

17 novembre 2022

Il ruolo delle migrazioni internazionali nella ridefinizione del mercato lavorativo

In questo editoriale curato dal Presidente Onorario del Centro Studi e Ricerche Idos Franco Pittau, egli evidenzia come le migrazioni internazionali abbiano da sempre esercitato una mediazione tra le aree con sovrabbondanza di posti di lavoro e quelle a elevata disoccupazione. Si tratta di una funzionalità la quale raramente è valsa a evitare ai migranti trattamenti poco consoni alla loro dignità, spesso al limite del razzismo. Ma tra i migranti di oggi e quelli del passato, pensando ad esempio a quanto avvenne ai nostri connazionali non solo alla fine del XVIII secolo, ai tempi della “grande emigrazione”, ma anche dopo la Seconda guerra mondiale, ci si accorge di come la storia non sia cambiata e quante similitudini nelle loro vite e nelle loro storie vi siano in comune. A tal proposito, la storia degli emigrati italiani offre una vasta documentazione su questo tema, anche con riguardo a Paesi confinanti come la Francia e la Svizzera. A questa travagliata storia da noi vissuta all’estero, non fa riferimento chi si dichiara nazionalista e si mostra diffidente nei confronti degli immigrati. Tale storia, infatti, contrasta con la pretesa di chi vorrebbe trattare gli attuali immigrati da disuguali, giustificandosi, non si capisce con quale amor patrio, con le ingiustizie subite nel passato dagli italiani all’estero. Pur mantenendo la sua validità l’assunto iniziale sulle migrazioni come fattore di compensazione tra mercato occupazionale e manodopera, non può certo sfuggire la drammaticità dell’anno 2020, con le drastiche limitazioni imposte per contrastare la diffusione della pandemia da Covid-19. Nel corso della gravissima crisi che ne è conseguita, gli effetti negativi sono stati più pesanti per i cittadini immigrati, tra i quali la perdita di occupazione è stata molto più consistente di quanto riscontrato tra gli italiani. Naturalmente anche i cittadini stranieri hanno avuto bisogno, come gli italiani, del sostegno pubblico e hanno fruito più che negli anni precedenti degli ammortizzatori sociali. Anche dopo il ridimensionamento appena richiamato, i migranti occupati sono stati numerosi (2.346.000, secondo l’Istat, pari a un decimo del totale) e continuano a essere una componente importante del mondo del lavoro. Ricordiamo i disagi riscontrati durante l’anno nel settore agricolo per le difficoltà nel reperire dall’estero i lavoratori stagionali nel periodo della raccolta. Da tempo è in atto una crescente internazionalizzazione dell’economia e, quindi, pensare di fare a meno di questi lavoratori non ha alcun senso. Fino a pochi anni fa, quando l’Inail metteva a disposizione i dati sulle comunicazioni obbligatorie (un prezioso servizio che speriamo possa essere ripreso), si poteva riscontrare che i nati all’estero incidevano fino a un quarto sulle nuove assunzioni. Ma non basta constatare la necessità dei lavoratori immigrati, si impone anzitutto un maggiore impegno per contrastarne lo sfruttamento. Non si tratta più solo questione di caporalato agricolo, ma di svariate forme di grave sfruttamento diffuse in molti settori: dalla logistica alla cantieristica, dal food delivery a servizi come il volantinaggio. Altra rilevante questione riguarda inoltre, una gestione più dinamica del mercato del lavoro. Per i cittadini immigrati, come del resto per gli italiani, appare quanto mai urgente la promozione di percorsi formativi più qualificanti, facendo perno sull’incipiente ripresa e sull’utilizzo dei cospicui fondi strutturali europei. Questa opportunità, difficilmente ripetibile, porta a pensare al dopoguerra, quando l’Italia, sospinta da un tenace e fiducioso dinamismo, divenne un immenso cantiere e diede vita al cosiddetto “miracolo economico”. Per rendere possibile tutto ciò, la politica occupazionale non deve trascurare nessuno, considerando i migranti un’opportunità e offrendo i percorsi adatti a chi ha maggiori capacità personali, liberandosi dalle riserve legate a luogo di nascita, colore della pelle, religione, e così via. Molti anni fa, nel 1975, l’Italia ratificò la convenzione di New York contro le discriminazioni, impegno che poi ribadì con la sottoscrizione di altri strumenti internazionali. All’uguaglianza nei diritti umani, da considerare intrinseca alla dignità di ogni persona, va unita la valorizzazione delle specifiche competenze, le quali sovente risultano essere scarsamente presenti nei curricula in genere e soprattutto tra i giovani immigrati, anche in quelli di seconda generazione. L’auspicio di un dinamismo più aperto riguarda anche i richiedenti asilo e i rifugiati. È indispensabile adoperarsi per favorirne un fruttuoso inserimento lavorativo. In queste riflessioni è centrale il concetto di integrazione che, pur costituendo la sostanza della politica migratoria, è scomparso dal linguaggio politico e anche corrente, come se le persone straniere o di origine straniera non costituissero quasi un decimo dei residenti. La questione più seria riguarda una considerevole presenza straniera ma non un progetto credibile e duraturo sulla sua finalizzazione. La storia della nostra emigrazione può essere ancora una volta d’aiuto, ricordandoci che gli italiani, quando ne fu accettato l’inserimento, contribuirono a dare un nuovo volto ai Paesi che li accolsero.  Allora forse il problema è a monte ossia si tratta di un problema connesso all’accettazione della loro presenza, che conduce all’eliminazione delle barriere mentali costruite dal pregiudizio. Anche in Italia i cittadini stranieri, oltre ad essere apprezzati nelle squadre di calcio, meritano di essere valorizzati nel mondo del lavoro. Interessante a questo proposito ricordare alcuni eventi organizzati con il supporto del Cna qualche anno fa, molto importante per rappresentare il prestigio delle alte professionalità straniere come del “MoneyGram Award”. Altra importante sfida quella rappresentata dall’inserimento dei cittadini stranieri in ambito pubblico: bisogna incrementare il loro inserimento anche nei posti pubblici, come già da tempo consente la Direttiva sul permesso Ue di lungo soggiorno, secondo l’interpretazione datane dalla Corte di Giustizia. Il settore pubblico, invece, continua di fatto a non essere alla portata dei cittadini stranieri, con gravi conseguenze negative perché accredita l’idea che essi non siano in grado di lavorare in un Comune, in una scuola, nelle università e così via. Risulta quanto mai necessaria dunque una corretta visione antropologica del lavoro dei migranti, indispensabile nell’Italia odierna, che già adesso è un Paese di grande immigrazione e necessita, perciò, di una strategia adeguata.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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