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Immigrazione, salute e pandemia da Covid-19: ieri, oggi e domani

Dossier Statistico Immigrazione 2021: approfondimento sul tema della sicurezza sulla salute garantita per tutti. Dopo un anno dalla pandemia in Europa così come in Italia, si evince come siano le disuguaglianze sociali, le possibilità di accesso all’assistenza sanitaria e le malattie preesistenti anche tra i migranti, a determinarne gli incrementi della mortalità da covid 19.

19 maggio 2022

Lo scenario mondiale

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), al 31 agosto 2021 si sono registrati, su scala globale, 216 milioni di casi confermati di Covid-19, tra cui 4 milioni e 500mila morti. Nel frattempo la pandemia si è diffusa massicciamente in tutte le regioni Oms, compresa l’Africa, e, sebbene con ampie differenziazioni regionali, sono state avviate campagne vaccinali con la somministrazione di oltre 5 miliardi di dosi. Cittadini stranieri e minoranze etniche sono gruppi sociali particolarmente esposti alle disuguaglianze di salute, che si sono rivelate da subito causa ed effetto della malattia. A livello globale, infatti, l’eccesso di mortalità da Covid-19 per etnie non ha trovato spiegazioni genetiche o culturali, quanto nell’indice di deprivazione relativo a ciascun gruppo. Dopo un anno, l’impatto differenziato della pandemia in rapporto alle disuguaglianze (sociali, economiche e di salute) è confermato e ampiamente documentato. Anche in Italia, prevalenza e gravità della pandemia da Covid-19 sono amplificate dalle disuguaglianze e da preesistenti epidemie di malattie croniche, associate ai determinanti sociali di salute e alle possibilità di accesso all’assistenza sanitaria.

Tra false notizie e dubbi

Nello sviluppo dei primi 6 mesi di pandemia il rapporto tra cittadini immigrati e Covid-19 in Italia è stato oggetto di diverse fasi nel dibattito pubblico mentre quello scientifico si stava costruendo e rafforzando. Si era passati infatti dalla diffusione di fake news sulla presunta immunità dei cittadini stranieri al virus ai primi dati su tassi di contagio diversificati per gruppi nazionali, in funzione dell’esposizione lavorativa. Tra le principali collettività estere in Italia, i tassi erano più alti in quelle maggiormente impegnate in lavori di cura (come la romena, peruviana, albanese ed equadoregna). La fase successiva è stata caratterizzata dall’immagine mediatica dell’“immigrato untore”, soprattutto dopo la risalita della curva epidemica per comportamenti meno attenti durante i mesi estivi. Durante quel periodo, l’Istituto superiore di sanità (Iss) disaggregava per nazionalità e luogo di esposizione i dati sui contagi, evidenziando bassissimi tassi di positività tra i nati all’estero e tassi piuttosto elevati tra i nati Italia in rientro dall’estero. La definizione del marchio “immigrato untore” è rimasto attivo, a corrente alterna, per tutto il periodo pandemico e frequentemente è stato utilizzato per strumentalizzazioni politiche costruite sul pretesto mediatico del momento. Intanto, uno studio sulla diffusione del virus all’interno dei centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati ne evidenziava un tasso di diffusione minimo (0,4%), atteso in quanto in tutto il primo periodo di pandemia tali strutture sono state chiuse a nuovi ingressi. Successivamente, con l’arrivo della fase autunnale del 2020, con alcune incertezze istituzionali (in quanto, ad esempio, le richieste di “strutture ponte” per l’accoglienza in sicurezza – quarantena “precauzionale” – sono state attivate solo in pochi casi e a macchia di leopardo), sono ripartite le nuove accoglienze nelle strutture collettive per migranti e senza fissa dimora. Nonostante alcuni “evitabili” focolai, non si sono registrate significative variazioni dell’incidenza del virus tra gli stranieri residenti e quelli domiciliati in strutture collettive. Nel secondo monitoraggio effettuato dal Tavolo Asilo e dal Tavolo Salute e Immigrazione emerge che il 70% delle strutture esaminate aveva gestito i casi positivi che non necessitavano di ospedalizzazione con metodi individuati in proprio, mostrando un diffuso senso di responsabilità che ha permesso di prevenire situazioni particolarmente critiche come quelle che si sono registrate in altri paesi europei (Grecia, Malta, Paesi Bassi ecc.). In Germania, ad esempio, i contagi nelle strutture di accoglienza per richiedenti asilo sono stati numerosi: hanno interessato il 26% di queste ultime e il 17% dei 9.785 ospiti. In tutta Europa vi è stata una sovra-rappresentazione di cittadini immigrati e minoranze etniche tra gli ammalati di Covid-19 (siano essi contagiati, ospedalizzati o morti). Tra i contagiati, la disparità ha riguardato ad esempio la Norvegia (42% dei casi costituito da migranti: dato al 27 aprile 2020), la Danimarca (26%: 07 settembre 2020) e la Svezia (32%: 07 maggio 2020). In Danimarca i migranti non occidentali rappresentavano il 15% degli ospedalizzati per Covid-19, pur costituendo il 9% della popolazione complessiva. Nel Regno Unito, a marzo 2021, i tassi di contagio erano quasi 3 volte superiori nell’area più deprivata del paese, dove le minoranze etniche ammontano a più del 30% (mentre nell’area a minore deprivazione tali minoranze rappresentano appena il 15%). In Italia si sono riscontrate disuguaglianze di impatto dovute anche a disuguaglianze di accesso. In conseguenza delle misure emergenziali e della paura del contagio, si è registrata una contrazione dell’offerta di assistenza ospedaliera e un’autolimitazione della domanda, che hanno esacerbato disuguaglianze già presenti nell’accesso ai servizi socio sanitari. Disuguaglianze dovute all’impatto diretto del Covid-19 sono confermate dall’Iss, che, durante la prima fase della pandemia, attesta uno scostamento temporale della curva epidemica della popolazione straniera (con un ritardo nella diagnosi di 15-30 giorni) interpretabile come esito di un accesso meno tempestivo ai servizi diagnostici. Anche in presenza di un accesso con malattia più avanzata e sintomi più gravi. Uno studio dell’Oms sulla salute auto-percepita ha rilevato che in caso di Covid-19 molti migranti avrebbero preferito non richiedere assistenza sanitaria, per incapacità economica, paura dell’espulsione, impossibilità di accesso ai servizi sanitari o mancato diritto all’assistenza sanitaria.

Un vaccino può essere efficace veramente per tutti?

Le criticità nell’accesso all’assistenza sanitaria, soprattutto da parte dei cittadini immigrati, si sono registrate anche nell’implementazione delle campagne vaccinali. I dati attualmente disponibili per l’area europea indicano una specifica copertura vaccinale bassa. Nella fattispecie si rileva un ridotto accesso alla vaccinazione per le minoranze etniche nel Regno Unito, anche per una diffusa esitazione (15-20% con picco superiore al 40% per la popolazione nera10); inoltre un tasso di esitazione elevato (72% del campione) è quello espressamente correlato a un’assenza di fiducia nel sistema sanitario che si riscontra tra cittadini stranieri in condizioni di precarietà (irregolari, rifugiati, richiedenti asilo) e dal livello di informazione molto basso. Circa la disponibilità alla vaccinazione da parte della popolazione immigrata in Italia, i dati disponibili, forniti dal Tavolo Asilo e Immigrazione e dal Tavolo Salute e Immigrazione, riguardano solo gli ospiti di centri di accoglienza o altre strutture collettive (non ancora i migranti irregolari o la popolazione straniera residente): il 41% è disponibile alla vaccinazione, il 37% è apertamente contrario, il 20% è ancora incerto. Nel complesso, emerge un’assenza di informazione e/o di fiducia, in particolare tra chi ha un livello di istruzione inferiore. I bassi livelli di copertura vaccinale sono determinati non solo da esitazione e ridotto accesso a una corretta informazione, ma anche da ostacoli burocratico-amministrativi nell’accesso al diritto. L’incertezza sulla possibilità di vaccinazione dei migranti, soprattutto dei più fragili nei centri di accoglienza o senza documenti, ha creato in Italia, almeno fino all’inizio dell’estate 2021, una sospensione del diritto causata da dubbi indotti da tali rallentamenti ingiustificati della campagna o da sovraesposizione mediatica delle ragioni dei cosiddetti no vax. Anche in assenza di una consistente opposizione “politica” a questo approccio, alcune centinaia di migliaia di migranti irregolari in Italia non sono riusciti ad accedere tempestivamente alle vaccinazioni benché ne avessero diritto per età o vulnerabilità sanitaria. Ci sono volute denunce pubbliche di associazioni, interrogazioni parlamentari, una campagna stampa internazionale e una puntuale richiesta dell’Unar per sbloccare la situazione. Un primo documento che operativamente indica percorsi di vaccinazione in tutti i centri di accoglienza è dell’8 luglio e un esplicito invito alla vaccinazione per tutti è contenuto in una nota del Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 del 24 agosto 2021. Le Regioni, e a cascata le Aziende sanitarie, si sono attivate in modo disomogeneo, con livelli organizzativi molto diversi e a volte con problemi al rilascio del necessario Green pass anche per questa specifica popolazione socialmente fragile. Tuttavia, grazie alla puntuale azione di advocacy sopra descritta, l’Italia sta rapidamente colmando questo deficit d’accesso, raggiungendo coperture vaccinali adeguate anche per gli stranieri.

Cosa accadrà in futuro?

La pandemia da Covid-19 può essere considerata un fenomeno di salute globale sia perché ha chiaramente dimostrato il collegamento esistente tra molteplici fattori ecologici ed ambientali e l’impatto sulla salute umana, sia perché ha reso evidente la capacità di propagazione di un virus in modo rapido e distruttivo in un mondo globalizzato ed interconnesso. Nell’immaginare il domani è necessario ricordare che nei momenti di emergenza sanitaria e trasformazione sociale i gruppi più vulnerabili o con minori livelli di integrazione sociale, come i migranti, pagano un prezzo più alto anche in termini di salute. Prossimità e comunità sono parole chiave del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), in particolare per la sanità (Missione 6: salute): l’auspicio è dunque che vengano declinate con un’attenzione alla coesione sociale e all’inclusione, in quanto modello necessario per garantire percorsi di tutela e di salute a tutti.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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