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In Normativa e Diritti


Libertà religiosa nelle leggi regionali

Dossier Statistico Immigrazione 2021: focus sulle priorità che la pratica delle libertà religiose impongono. Urge più che mai, rivedere i provvedimenti legislativi emanati in ambito territoriale, che sovente impongono restrizioni al diritto di culto, attraverso vincoli in materia edilizia e urbanistica e di pianificazione territoriale.

13 settembre 2022

Dove inizia e finisce la libertà dell’altrui pratica religiosa

Nel complesso legislativo di attuazione del principio di libertà di religione e di coscienza riconosciuto dalla Costituzione all’art. 19, un importante ruolo viene svolto dalla legislazione regionale, non sempre con risultati soddisfacenti per quanto attiene la garanzia di godimento di tale libertà da parte di individui e comunità di fede. Il dibattito con cui costantemente l’esercizio della libertà religiosa è chiamato a misurarsi è rappresentato dall’assenza di una legge generale in materia che, oltre a garantire l’accessibilità ai diritti ad essa collegati, indipendentemente dallo status giuridico raggiunto dalle comunità di appartenenza, fornisca anche i principi generali sulla base dei quali emanare i provvedimenti legislativi nelle materie di competenza concorrente. Nella fattispecie, il contesto nel quale l’assenza di principi cornice, validi per l’intero paese, è risultata più penalizzante nel corso degli ultimi anni è l’edilizia di culto. Si tratta di un tema caldo, materia che si trova frapposta tra due fronti, tra la competenza esclusiva riconosciuta allo Stato sui diritti fondamentali e sul rapporto con le confessioni religiose e quella delle Regioni, che concorrono con questo nell’emanare provvedimenti legislativi nell’ambito del “governo del territorio”. Il confine non tracciato dalla legislazione nazionale ha permesso così che, a partire dal 2014, alcune leggi regionali, significativamente concentrate in Lombardia, Veneto e Liguria, prevedessero forti restrizioni al diritto di culto mediante l’imposizione di vincoli in materia di edilizia e urbanistica, oltre che di pianificazione territoriale. In particolare, con l’emanazione di tali provvedimenti di fatto si è giunti alla chiusura, e in alcuni casi alla confisca, di numerosi edifici di culto, nonostante le forti proteste delle comunità di fede, che non hanno trovato grande accoglimento nelle sedi giurisdizionali amministrative territoriali. L’operazione è nota come “legislazione anti-moschee”, essendo certamente le comunità islamiche le più colpite, il che ammanta l’intera vicenda di un clima islamofobico a tendenza securitaria. Nel frattempo, continuano a registrarsi a tutt’oggi, importanti casi di chiusure (o mancata autorizzazione all’apertura) di luoghi di culto anche per le comunità evangeliche di più recente presenza, con un’attenzione particolare per quelle a componente etnica straniera. Il difficile rapporto, quindi, con la componente migrante del tessuto sociale a livello regionale ha trovato nella questione delle leggi sull’edilizia di culto una delle sue concretizzazioni più evidenti. A tal proposito, è stato necessario l’intervento ripetuto della Corte costituzionale per ristabilire il quadro e consentire di ribadire l’inviolabilità di alcuni principi. Tre sentenze della Consulta in particolare, a partire dal 2016 e fino al dicembre 2019, hanno smantellato parti importanti della legislazione regionale richiamata, con particolare riguardo alla situazione lombarda e, per alcuni aspetti, a quella veneta. Circa l’ultima pronuncia in ordine di tempo, la Consulta ha ribadito che la libertà religiosa garantita costituzionalmente comprende anche la libertà di culto e, con essa, il diritto di disporre di spazi adeguati per poterla esercitare. Ne consegue che, nel disciplinare l’uso del territorio, il legislatore deve tenere conto della necessità religiosa, senza ostacolare l’insediamento delle relative attrezzature. La libertà religiosa dunque, non può subire limitazioni, a causa di una disposizione legislativa regionale, derivanti da un trattamento differenziato riservato alle confessioni religiose. L’equilibrio ristabilito dalle pronunce ricordate non ha però ancora risolto definitivamente la questione dell’invasione di competenza delle leggi regionali, né risanato il pieno esercizio del diritto fondamentale costituzionalmente protetto. Sebbene depotenziate, le leggi regionali continuano ad essere ad oggi l’unico strumento legislativo in materia. Tale lacuna potrà essere colmata esclusivamente attraverso l’emanazione da parte dello Stato di principi cornice che ristabiliscano il livello delle prestazioni in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. La complessa affermazione dell’esercizio della libertà religiosa passa però anche attraverso le competenze dei Comuni, che ugualmente non possono esercitare la loro discrezionalità in maniera irragionevole. L’emergenza sanitaria in corso ha infatti evidenziato alcune carenze strutturali che attengono alle modalità con cui i soggetti territoriali si rapportano al fenomeno religioso. È il caso dei regolamenti cimiteriali che, nella prima fase di chiusura, hanno creato non pochi problemi relativamente alla possibilità di seppellire persone appartenenti alla comunità di fede islamica. Solo 70 cimiteri in circa 8.000 Comuni italiani sono dotati di aree compatibili con i precetti religiosi dell’islam, a fronte di una comunità che conta quasi 2 milioni di fedeli. Dal punto di vista normativo la questione più urgente ha riguardato la difficoltà di ottenere deroghe, da parte dei sindaci dei Comuni dotati di aree conformi a consentire la sepoltura, per fedeli non residenti nel relativo Comune. Si registra in merito a tale tema, una particolare capacità di attivazione da parte delle comunità di fede. L’Ucoii, in particolare, oltre ad essersi fatta diretta portatrice delle istanze anche nelle singole situazioni, con la ricerca di soluzioni ad hoc, ha prodotto documenti ad uso dei Comuni che forniscono indicazioni e suggerimenti sulla corretta identificazione delle aree cimiteriali islamiche, invitando gli organismi territoriali ad aggiornare i propri regolamenti in senso inclusivo. In breve: quanto esposto rende evidente come, in assenza di una visione nazionale di garanzia della libertà religiosa, gli organismi territoriali difficilmente sono pronti ad affrontare le principali questioni del vivere insieme. Nel caso delle leggi regionali menzionate, oltretutto, il vuoto legislativo è stato utilizzato per portare avanti politiche restrittive e incostituzionali. L’urgenza quindi dell’emanazione di una legge nazionale sulla libertà religiosa è sempre più evidente, per riempire vuoti di tutela non più giustificabili.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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