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I giovani stranieri di seconda generazione in Italia: processi identitari e d’integrazione

Dossier Statistico Immigrazione 2021: approfondimento sulle presenza dei giovani stranieri di seconda generazione in Italia. Il processo identitario e d’integrazione solo in parte realizzati, per questi giovani portatori di un approccio multiculturale. I giovani con background migratorio nati o cresciuti in Italia vanno considerati come il punto di incontro tra culture diverse.

25 ottobre 2022

I figli di immigrati: una realtà in crescita e articolata

Sono oltre un milione di giovani stranieri, minori che vivono in Italia, secondo i dati ufficiali Istat riferiti al 1° gennaio 2021. Più di uno su dieci tra gli under-18 residenti non ha cittadinanza italiana. Nel complesso i cittadini stranieri sono circa 5 milioni e corrispondono all’8,5% della popolazione totale. Tra gli anziani (65 anni e oltre) l’incidenza è appena del 2%. In un Paese con accentuata denatalità e rapido invecchiamento della popolazione, la presenza di giovani stranieri fornisce un contribuisce rilevante a contenere gli squilibri demografici e a rendere più vitale la società e l’economia. Il fenomeno è andato crescendo in modo consistente nel tempo. Nella fattispecie emerge che nell’ultimo decennio del XX secolo la presenza è emersa e diventata visibile: si è passati da 26mila minori stranieri al Censimento del 1991 a 285mila registrati al Censimento del 2001 (sull’ordine di grandezza di una grande città, come Catania o Verona). Il primo decennio del XXI secolo è quello che ha portato il fenomeno ad una consistenza di grande rilievo su tutto il territorio italiano, pur con sensibili differenze interne: al Censimento del 2011 il dato rilevato è stato di 940mila (una entità comparabile a quella di una regione come l’Umbria o il Trentino Alto Adige). Il decennio successivo è quello del consolidamento attorno al milione. Al di là dei dati che quantificano l’ammontare e le dinamiche di questa componente della popolazione del Paese, passata nella nostra storia recente da presenza trascurabile a parte integrante di grande rilevanza, va anche considerata la grande articolazione interna. Un aspetto di tale varietà è relativo al Paese di provenienza. Rispetto all’Unione europea la Romania è la nazionalità con il maggior peso, mentre tra i Paesi non comunitari, lo spettro è molto ampio: già nelle prime cinque posizioni delle presenze figurano paesi europei (Albania), africani (Marocco ed Egitto) e asiatici (Cina e India). Tutti assieme rimangono però ben lontani dalla metà dei minori stranieri residenti in Italia. Di cruciale importanza è poi, la differenza tra l’essere nati in Italia (o giunti nel Paese nei primissimi anni di vita) o l’essere arrivati in età successiva. Va poi considerato che il percorso migratorio coinvolge anche chi non è cittadino straniero, perché ha ottenuto la cittadinanza italiana o per diritto acquisito dai genitori (trasmissione) o perché solo uno dei genitori è straniero mentre l’altro è italiano (in tal caso vale lo ius sanguinis). A tal proposito, l’Istat distingue una definizione in senso stretto di “seconde generazioni”, che corrisponde ai figli di cittadini stranieri nati in Italia, da una in senso lato che include anche chi è arrivato successivamente alla nascita ma prima dei 18 anni (qui si fa riferimento ai minorenni, ma l’età giovanile arriva quantomeno fino alla soglia dei 25 anni). C’è poi una categoria ancora più ampia costituita, come visto, dai giovani con background migratorio. In un rapporto pubblicato nel 2020, l’Istituto nazionale di statistica fornisce dati dettagliati (riferiti al 1° gennaio 2018) in corrispondenza dei diversi confini posti alla definizione di seconde generazioni. Rispetto al milione di minori stranieri, 778mila sono nati in Italia e 263mila all’estero. Questo significa che in grande maggioranza gli under-18 stranieri che risiedono in Italia non sono immigrati ma hanno un’esperienza di vita incardinata e sviluppata nel paese, di fatto analoga a quella di qualsiasi altro loro coetaneo con genitori italiani. Tra i più giovani la percentuale dei nati in Italia è ancora più elevata e arriva a superare il 90%. Tale valore scende poi con l’età, risultando pari al 37,5% nella fascia 14-17. C’è anche una grande parte di chi non è nato in Italia ma vi è arrivato nei primissimi anni di vita e al massimo ha solo un vago ricordo del Paese di cui possiede la cittadinanza, mentre ha svolto tutto il percorso scolastico, o buona parte di esso, in Italia. Inoltre vi è anche una parte minoritaria ma che cresce con l’età, dei giovani che prima di diventare maggiorenni hanno acquisito, attraverso la naturalizzazione dei loro genitori, la cittadinanza italiana: questi ultimi sono stimati dall’Istat essere pari a 213mila al 1° gennaio 2018, mentre, come ben noto, secondo la legge attualmente vigente, basata sullo ius sanguinis, solo allo scoccare del 18° anno d’età un giovane straniero può richiedere autonomamente la cittadinanza italiana. Il termine stesso “seconda generazione” è evidentemente controverso e il soggetto coordinatore che si è costituito nel 2016, a partire dalle associazioni di giovani figli di immigrati attive in Italia, si è dato come nome Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane (CoNNGI). Per “nuove generazioni” si intendono tutti i giovani, in contrapposizione alle generazioni più mature, cosicché, per precisare ciò che distingue nello specifico la componente qui considerata, andrebbe aggiunto “con background migratorio”. Questo, però, porterebbe a un allargamento dei confini rispetto alla definizione, sia in senso stretto che in senso lato, di “seconde generazioni”, dato che – come sopra osservato – hanno background migratorio anche i ragazzi di cittadinanza italiana con un solo genitore di origine straniera (i figli di “coppie miste”).

Educare al riconoscimento di una cittadinanza multiculturale

I processi di integrazione e la valorizzazione del confronto positivo tra culture diverse, così necessario nel mondo di oggi e di domani, riguarda tutti gli ambiti della società, a partire dal percorso scolastico e formativo. Con la crescita del fenomeno migratorio, è aumentato notevolmente, in Italia, il numero di alunni stranieri iscritti nelle scuole del Paese, da quelle per l’infanzia alle secondarie di II grado: si è passati da circa 20mila nell’anno scolastico 1990/1991 a oltre 800mila negli anni più recenti (ed escludendo chi, nel frattempo, ha ottenuto la cittadinanza italiana). Un’indagine condotta dall’Istat nel 2015 mostra, in coerenza con altre ricerche svolte nell’ultimo decennio sul tema, come il successo scolastico sia strettamente legato alla conoscenza della lingua italiana. Si tratta di un aspetto che si conferma nel corso degli anni successivi come elemento costante che si ripete. Il rischio di dispersione scolastica, i tassi di ripetenza, gli ostacoli nell’apprendimento delle competenze, la media insoddisfacente dei voti, sono tanto maggiori quanto più elevate sono le difficoltà linguistiche. Tutta una serie di debolezze formative, queste, che hanno ricadute non solo sulla scelta del percorso formativo della scuola secondaria e sull’accesso all’università, ma anche sulla transizione scuola-lavoro, elevando il rischio che questi ragazzi diventino Neet (giovani che non studiano e non lavorano) e che vengano sottoutilizzate le loro capacità e potenzialità. Tra gli altri fattori che determinano la diversa performance scolastica tra alunni stranieri e italiani, uno dei più rilevanti è lo status socio-culturale dei genitori. Confrontando i rispettivi indicatori di dispersione e apprendimento, si osserva che, a parità di tale fattore, i divari si riducono sensibilmente. Questo significa che spesso i giovani di origine straniera subiscono l’azione combinata sfavorevole di tre fattori: quelli che agiscono in generale, ma che sono più accentuati tra i cittadini stranieri (come il basso status sociale di partenza, che la scuola italiana non riesce ancora efficacemente a compensare); quelli di svantaggio specifico, legati alla condizione di figli di immigrati (come le limitate competenze linguistiche); e quelli che attengono a potenzialità e virtualità specifiche che, non venendo adeguatamente sviluppate e valorizzate, costituiscono un ambito di frustrazione (come le competenze interculturali). I giovani con background migratorio nati o cresciuti in Italia vanno considerati come il punto di incontro tra culture diverse: possono sviluppare una identità che costituisce una sintesi, spesso originale, tra i modi di essere e fare del contesto di origine e del contesto in cui vivono. Sono quindi portatori di un doppio patrimonio culturale che deve poter diventare un fattore di forza della loro identità, portato riconosciuto del loro percorso, valore aggiunto nella realtà (società, azienda, organizzazione, Paese) in cui operano: sul piano sia generazionale (ogni nuova generazione è diversa da quelle precedenti) sia territoriale. È su questo collegamento multidimensionale tra differenti sponde temporali (passato e futuro, nella prospettiva generazionale) e geografiche (Paesi di provenienza e di arrivo), che i giovani con percorso migratorio possono trovare un protagonismo positivo in qualsiasi contesto che si voglia aprire positivamente al mondo che cambia e trasformare in opportunità le sfide che il nostro tempo ci pone. Sono molte le ricerche dal quale emerge, in modo ormai consolidato come i gruppi che mettono insieme, confrontano e “mandano a sistema” approcci, punti di osservazione e visioni culturali diversi tendano a raggiungere risultati migliori in ogni campo. La sfida della scuola italiana, con la presenza di studenti con background migratorio nelle classi, è quindi quella di ridurre i rischi che la diversità diventi diseguaglianza e aumentare l’opportunità che la diversità diventi valore. Con ricadute positive per tutti gli alunni, che possono sviluppare una capacità di riconoscimento reciproco e di confronto, collaborazione e integrazione tra sensibilità e abilità diverse, che sarà fondamentale nella loro vita sociale e lavorativa. A tale scopo purtroppo non contribuisce l’attuale legge, che impone a chi è nato (o arrivato in età molto giovane) in Italia di restare straniero per tutta la sua fase di socializzazione e lungo tutto il percorso scolastico sino ai 18 anni. Tra gli obiettivi dell’Unione europea vi è quello di favorire livelli uniformi di diritti e doveri tra cittadini immigrati regolari e cittadini comunitari. L’Italia, in particolare, è uno dei Paesi occidentali con criteri più rigidi per l’ottenimento della cittadinanza. Se l’idea di concedere la cittadinanza a chi è nato in Italia ed è già residente da anni, all’interno di un processo di integrazione della famiglia, è considerata largamente condivisa, più controversa è l’applicazione dell’automatismo a chiunque e in qualsiasi modo arrivi sulla Penisola. A tal riguardo un più largo consenso potrebbe ottenere lo ius culturae, che condiziona la richiesta di cittadinanza all’aver superato con successo almeno un ciclo scolastico. Così non si tratterebbe più di “concedere” la cittadinanza ma di anticiparne il riconoscimento in quella delicata fase della vita in cui si sviluppa il senso di appartenenza (attraverso la cultura, la storia, ecc.) del Paese in cui si vive. Un tale principio, tra l’altro, trova forte consenso nelle nuove generazioni, le quali convengono che ciò che si riconosce a un giovane deve dipendere dal suo percorso e dal suo impegno, non tanto dalle caratteristiche dei genitori e dalla loro provenienza. L’atteggiamento dei giovani è stato sondato all’interno di una indagine promossa dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo e condotta da Ipsos ad aprile 2019 su un campione rappresentativo di duemila giovani tra i 20 e i 34 anni. I risultati mostrano come oltre due intervistati su tre sarebbero “molto” o “abbastanza” d’accordo con l’introduzione dello ius culturae. Poco meno di uno su quattro è poco concorde, mentre chi ha un atteggiamento di completa chiusura è meno del 10%. Si tratta di una proposta che potrebbe essere ancora meglio accolta e dare frutti positivi se attivata in concomitanza con il rilancio dell’insegnamento nelle scuole dell’educazione alla cittadinanza. Scoprire e coltivare assieme il senso e il valore di una comune appartenenza, tra coetanei di diversa provenienza, aiuta a formare giovani italiani consapevoli e a farli sentire parte attiva del miglioramento del Paese in cui vivono.
 
(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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