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In Normativa e Diritti


La gestione delle frontiere: tra interessi economici, politici e diritti umani

Dossier Statistico Immigrazione 2021: l’industria del confine, il capitalismo della frontiera, un settore che non conosce nessuna crisi, flessione o recessione. il cosiddetto mercato della sicurezza ogni anno cresce di sette, otto punti percentuali un po’ in tutto il mondo. Parte attiva sono le società che militarizzano le frontiere per profitti economici.

22 novembre 2022

Frontiere ed economia: i diritti umani calpestati in nome del profitto

 Dall’uso dei droni agli elicotteri ai radar a sistemi di sorveglianza satellitare aerea e marittima e strumenti di rilevamento dei dati biometrici. Si tratta di vere e proprie tecnologie del controllo. È l’industria del confine, il capitalismo della frontiera. Un settore che non conosce nessuna crisi, flessione o recessione. Secondo gli analisti il cosiddetto mercato della sicurezza ogni anno cresce di sette, otto punti percentuali un po’ in tutto il mondo. A fare la parte del padrone in un mercato in cui c’è posto per tutti sono le maggiori compagnie di armamenti, ma anche le multinazionali della tecnologia, tutte a vario titolo coinvolte negli affari collegati a quelle politiche pubbliche messe in campo dagli Stati che hanno come effetto ultimo e primario le violazioni dei diritti umani per i cittadini migranti e i potenziali rifugiati. Tali società private non sono soltanto le semplici destinatarie del processo di militarizzazione delle frontiere, piuttosto sono parte attiva in questo processo, dato che spesso influenzano i provvedimenti governativi da cui poi traggono profitti miliardari: attraverso l’attivismo dei propri lobbisti, la presenza dei loro esperti nelle strutture governative (anche internazionali), il meccanismo delle cosiddette porte girevoli che permette ad alcuni esponenti politici di entrare nei consigli di amministrazione di tali compagnie una volta terminati i propri incarichi. Emblematica appare in tal senso la nomina che risale allo scorso febbraio dell’ex ministro degli interni, Marco Minniti, a capo della fondazione MedOr controllata dall’impresa italiana di armamenti Leonardo, azienda partecipata per circa il 30% dal Ministero dell’economia e delle finanze; attiva nei settori dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, la compagnia di armamenti ha beneficiato del memorandum Italia-Libia firmato dal governo Gentiloni nel febbraio 2017, che ha dato il via all’esternalizzazione del controllo delle frontiere nel Mediterraneo centrale. Contattato in quei giorni dal quotidiano Domani che stava realizzando un’inchiesta giornalistica proprio sul business della frontiera, lo stesso Marco Minniti aveva escluso che si potesse parlare di conflitto di interesse. Resta il fatto che proprio Leonardo è una delle 23 società identificate in un recente rapporto del Transnational institute (Tni) - istituto internazionale di ricerca e advocacy impegnato nella costruzione di un mondo giusto, democratico e sostenibile, come tra i principali attori del “Border industry complex”, l’industria della frontiera; un universo a tratti simile a quel “complesso militare-industriale” da cui l’ex presidente degli Stati Uniti, generale Dwight D. Nel rapporto del Tni è evidenziato che le 23 compagnie private sono tutte coinvolte o in qualche modo collegate alle politiche statali di violazione dei diritti umani dei migranti. In alcuni casi, direttamente. Si tratta di imprese che gestiscono i centri di detenzione per i cittadini stranieri oppure forniscono ai governi strumenti tecnologici attraverso cui possono violarne i diritti, cioè militarizzando sempre di più l’apparato del confine. Le “23 sorelle” che hanno messo le mani sull’industria della frontiera - secondo i ricercatori – sono: Accenture, Airbus, Booz Allen Hamilton, Classic Air Charter, Cobham, Core Civic, Deloitte, Elbit, Eurasylum, G4S, Geo Group, Ibm, Idemia, Leonardo, Lockheed Martin, Mitie, Palantir, PricewaterhouseCoopers, Serco, Sopra Steria, Thales, Thomson Reuters e Unisys; nomi tra i più altisonanti del capitalismo globale, che hanno in comune gli affari miliardari legati a doppio filo alla violazione dei diritti umani. Alcune di queste sono compagnie completamente private. Altre, con importanti compartecipazioni degli Stati. Airbus, 70 miliardi di bilancio dichiarato nel 2019, detenuta per il 10% dal governo francese, è una di esse. Ha sede nella città olandese di Leida (per motivi fiscali) e detiene l’appalto per la costruzione di uno dei sistemi di sorveglianza delle frontiere più costoso al mondo (2 miliardi di euro) lungo i confini dell’Arabia Saudita, che come noto è anche uno dei Paesi che possiede l’apparato statale più repressivo sul pianeta. Airbus non lavora direttamente con gli stranieri e i rifugiati, ma fornisce apparecchiature e tecnologie agli Stati che potrebbero violarne i diritti umani. Si occupa di sicurezza delle frontiere, vendendo droni, elicotteri e sviluppando sistemi di sorveglianza per Paesi come Algeria, Australia, Bielorussia, Bulgaria, Egitto, Ghana, Mali, ma anche Francia e Germania. Non soltanto. Airbus è una delle compagnie che hanno fornito droni e velivoli di supporto all’Australian Air Force che li ha utilizzati per respingere i migranti dalle proprie coste. Anche Leonardo, partecipata per il 30% dal governo italiano, ha una storia simile. L’azienda di armamenti è infatti una delle principali fornitrici di droni per la difesa dei confini europei, e guida il progetto di ricerca finanziato dal Fondo europeo per la difesa, Ocean2020, che mira a integrare le piattaforme navali senza pilota con il controllo dei centri militari di terra, ciò anche in funzione di sorveglianza e interdizione delle imbarcazioni che trasportano i migranti. Eppure, Leonardo dichiara esplicitamente sul suo sito internet la propria policy: l’impegno di prevenire pratiche illegali relative alla vendita e distribuzione dei suoi prodotti a Paesi i cui governi hanno agito in violazione di accordi internazionali sui diritti umani. Anche se è abbastanza noto che Leonardo abbia al proprio attivo dei contratti siglati per la fornitura di elicotteri, sia con l’Algeria che con la Libia, da utilizzare per la sorveglianza delle proprie frontiere, naturalmente. Tuttavia, al di là degli affari privati connessi al processo di militarizzazione delle frontiere (un mercato sempre più fiorente che come gli stessi analisti hanno calcolato raggiungerà la cifra complessiva compresa tra i 65-68 miliardi di dollari entro il 2025) ciò che è necessario rilevare, è un nodo importante che riguarda, in particolare, le politiche adottate dall’Ue. Negli ultimi anni, infatti, le cosiddette pratiche di esternalizzazione del controllo dei flussi migratori sono diventate il cuore della programmazione dell’Ue per quanto riguarda l’immigrazione e il diritto d’asilo. È accaduto che la frontiera europea è stata spinta sempre più a Sud, attraverso strumenti legislativi e finanziari adottati dall’Unione che hanno avuto come effetto dirimente la violazione delle norme di diritto internazionale e che regolano la protezione internazionale. Fin dal 2015, a partire dal vertice de La Valletta, sono state definite, attraverso dei fondi specifici, delle azioni per supportare il processo di esternalizzazione della frontiera, cioè il controllo dell’immigrazione nei Paesi e nelle regioni strategiche di transito. In tal senso, diversi programmi finanziati tramite il Fondo Africa, primo tra tutti il programma di supporto alla cosiddetta guardia costiera libica attuato dal Ministero dell’interno italiano, “hanno quindi di fatto supportato il processo di esternalizzazione delle frontiere europee, provocando gravissime violazioni dei diritti umani dei migranti e facendo emergere, al contempo, una quasi totale assenza di trasparenza e di controllo sulle risorse impiegate”, come si legge in un esposto presentato alla Corte dei conti dell’Ue da Global legal action network, Asgi e Arci. Proprio in un recente report redatto da quest’ultima organizzazione, Finanziare il confine, Fondi e strategie per fermare l’immigrazione, la ricercatrice Giorgia Jana Pintus, a proposito delle politiche dell’Ue, ha rilevato: “quello che emerge dalle proposte attuali è una crescita esponenziale delle risorse per i rimpatri e per la gestione delle frontiere, a scapito delle risorse per rafforzare il sistema comune d’asilo, incrementare le vie di migrazione legale e uniformare l’accoglienza”. E ancora, si legge: “mentre si rafforza la frontiera, si continua a svuotare il Mediterraneo. Le mura della Fortezza saranno protette dall’agenzia della guardia di frontiera e costiera europea (Ebcg, ex Frontex) che, da gennaio 2021 ha dispiegato le sue nuove 10.000 unità di personale ai confini dell’Ue e dei Paesi non-Ue”. Politiche che comprimono esternalizzandoli i diritti e politici europei che stanziano ingenti risorse su cui sono pronti a mettere le mani, tra le altre, le maggiori compagnie di armamenti. L’idea di frontiera per molti è sinonimo di impazienza, per altri di terrore. Per altri ancora coincide con “gli argini di un fortino che si vuole difendere” (Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore 2015)

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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