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I migranti forzati nel 2020 in Europa e nel mondo: le soluzioni durevoli e le debolezze del sistema Europa (2a parte)

Dossier Statistico Immigrazione 2021: approfondimento sui dati statistici pubblicati nel Dossier Statistico Immigrazione 2021 circa i migranti forzati presenti nel mondo e le soluzioni adottate in Europa a medio e breve termine, per arginare il fenomeno.

15 settembre 2022

Lo scenario europeo

Nel settembre 2020, la Commissione europea ha presentato un documento programmatico contenente le linee guida che orienteranno la sua agenda in tema di migrazione e asilo nel prossimo quinquennio, un vero e proprio “nuovo patto su migrazione e asilo” che, attraverso un approccio olistico, intende pervenire a una serie di riforme in grado di modificare in modo sostanziale il sistema europeo di asilo, offrendo procedure miglioriate, più rapide e più efficaci, e puntando nello stesso tempo su un equilibrio tra solidarietà ed equa condivisione delle responsabilità. Secondo l’Unhcr alla fine del 2020 i rifugiati e i richiedenti asilo nell’Ue-27 sono quasi 3,4 milioni, provenienti da 150 Paesi. Il loro numero è diminuito dell’1,7% rispetto al 2019 per effetto delle restrizioni alla mobilità internazionale imposte dall’emergenza Covid-19.Un milione e mezzo vive in Germania e mezzo milione in Francia. L’incidenza media sulla popolazione a livello Ue raggiunge lo 0,8%. Si allineano alla media Francia e Belgio, mentre l’incidenza è maggiore negli Stati più piccoli (Cipro 3,9%, Malta 2,6%) o di frontiera (Grecia 1,5%), così come nei Paesi tradizionalmente più aperti (Svezia 2,6%, Austria 1,8% e Germania 1,7%). Al contrario, è più bassa nei nuovi (Italia 0,3%, Spagna 0,4%) e nei nuovissimi Paesi di immigrazione (non supera lo 0,1% in tutti i nuovi Stati membri dell’Europa centro-orientale, con l’eccezione della Bulgaria: 0,3%). Nel corso del 2020 sono state presentate 472.210 domande, di cui 417.620 per la prima volta. Sono, invece, 765.665 quelle che alla fine dell’anno risultavano non ancora definite (-18% rispetto al 2019). Il forte calo delle richieste di asilo rispetto al 2019 (-33%) ha contribuito alla riduzione dei tempi di trattamento, anche se in quasi i due terzi dei casi le domande di primo grado risultano pendenti da oltre sei mesi. Si è dovuto fare i conti con l’impatto del Covid-19 e delle misure di contenimento, che hanno portato alla chiusura temporanea degli uffici delle autorità nazionali per l’asilo e alla sospensione delle registrazioni, ma anche alla digitalizzazione delle procedure e a una maggiore attenzione per le misure a tutela della salute. I due terzi delle richieste sono stati presentati in soli 3 Paesi (122.015 Germania, 93.200 Francia e 88.540 Spagna). L’Italia è quinta con 26.550 richieste d’asilo, preceduta dalla Grecia (40.560). Tra i Paesi di origine, al primo posto si conferma ancora una volta la Siria (68.840), seguita da Afghanistan (48.230), Venezuela (30.805), Colombia (29.475) e Iraq (19.480). Tra i richiedenti asilo il 30,0% è rappresentato da minorenni: ben 141.490 nel 2020. Di questi, circa un decimo non è accompagnato da genitori o altre figure adulte di riferimento (13.555). L’88,5% di essi sono maschi e il 66,9% ha compiuto i 16 anni. Provengono per la maggior parte da Afghanistan (40,5%), Siria (16,7%) e Pakistan (8,0%) e si trovano ora in Grecia (20,7%), Germania (16,5%) e Austria (10,1%). L’Italia, con 520 minori non accompagnati richiedenti asilo, ne accoglie il 3,8% del totale. Nel 2020 sono state 521.185 le decisioni in primo grado, di cui il 40,6% positive (211.815, di cui 106.130 con riconoscimento dello status di rifugiato, 50.270 dello status di protezione sussidiaria e 55.420 dello status umanitario). L’80% delle decisioni positive convergono su tre soli Paesi: Germania (29,5%), Spagna (24,1%) e Grecia (16,2%). Il primo gruppo nazionale per numero di decisioni positive sono i siriani (63.180), seguiti da venezuelani (46.790) e afghani (24.155). Tassi di riconoscimento superiori all’80% si registrano nel caso di richiedenti venezuelani, siriani ed eritrei; inferiori al 5% per colombiani, indiani, georgiani, serbi, bosniaci, ecc. Alle decisioni di primo grado si aggiungono 232.905 decisioni finali, a seguito di un ricorso, di cui il 29,7% positive (69.235, di cui 21.575 status di rifugiato, 22.350 protezione sussidiaria e 25.310 protezione umanitaria).

Le debolezze del sistema Europa

L’analisi dei dati Eurostat mostra ancora una eccessiva distanza tra i tassi di riconoscimento dei singoli Stati membri. Per quanto attiene le decisioni di primo grado prese nel 2020, la media Ue delle decisioni positive è stata del 40,6%, ma i tassi variano dal 10,9% della Cechia al 74,1% dell’Irlanda. Tra i Paesi apparentemente più severi si colloca anche l’Italia, con il 28,4% di decisioni positive in primo grado. Differenziazioni ancora più stridenti emergono se si prende in considerazione il tasso di riconoscimento relativo a singoli gruppi nazionali: il tasso di riconoscimento dei cittadini afghani, ad esempio, varia in primo grado dall’1% in Bulgaria al 93% in Italia. In un contesto già ampiamente armonizzato dall’applicazione del Sistema europeo comune d’asilo, tale sistema di valutazione delle domande così vistosamente disomogeneo a livello nazionale alimenta il timore fondato che il principio della protezione dei rifugiati possa venga spesso soverchiato da ragioni di convenienza. Altro nodo problematico è l’alto tasso di riconoscimento positivo delle domande di asilo esaminate in secondo appello (29,7% la media Ue). Per diversi Paesi avviene paradossalmente che sia più probabile ottenere un esito positivo alla domanda di asilo in appello che in primo grado: per esempio le decisioni finali emesse in Italia alla fine del 2020 sono state 23.815, di cui 9.690 positive (con un tasso di positività del 40,7%, oltre 12 punti percentuali in più rispetto al 28,4% registrato in primo grado). L’importanza sproporzionata assunta dalla fase del ricorso lascia intravedere un sistema di valutazione eccessivamente fallace, che non è in grado nella prima fase di valutare efficacemente le domande di asilo, trasformando quello che dovrebbe essere un diritto inalienabile, in una ipotesi probabilistica. Ne consegue, inoltre, una mole di ricorsi che condanna il sistema dell’appello a tempi di attesa molto lunghi e a un continuo stato di congestione. Sono evidenti problemi anche per quanto riguarda l’attuazione del regolamento di Dublino (604/2013/Ue), che stabilisce le procedure affinché la responsabilità dell’esame di una domanda d’asilo ricada innanzitutto sullo Stato membro che ha svolto il ruolo maggiore in relazione all’ingresso del richiedente nell’Ue (in genere il primo Stato membro di ingresso, ma può trattarsi anche dello Stato membro che ha rilasciato il visto o il permesso di soggiorno a un cittadino di un Paese terzo che decida di chiedere asilo in un momento successivo). Nel 2020 si segnalano circa 93.700 richieste in uscita ai sensi del regolamento Dublino inviate da Stati membri ad altri Stati membri affinché assumessero la responsabilità di esaminare una domanda di protezione internazionale. Delle circa 84.400 decisioni relative a tali richieste, 49.500 (59%) sono state accettate e 12.200 sono stati i trasferimenti eseguiti, pari a un quarto delle richieste accettate. Si tratta di procedure molto lente e complesse, anche in ragione della mole assunta dalle richieste, che paradossalmente hanno fatto del regolamento di Dublino un dispositivo che di fatto formalizza il fenomeno dei “rifugiati in orbita”, rinviandoli cioè da uno Stato membro all’altro e provocando tempi di attesa lunghissimi. Il problema principale che si evidenzia è che il rapporto tra le decisioni Dublino e le domande di asilo presentate sia stato pari a quasi il 20% e questo aspetto ne dimostra la scarsa efficacia nel contrastare i movimenti secondari tra i Paesi Ue dei richiedenti protezione internazionale, la cui ampiezza resta preoccupante sebbene in calo. La banca dati Eurodac raccoglie i dati biometrici relativi ai richiedenti asilo, ai migranti respinti e ai migranti irregolarmente presenti con sempre maggiore puntualità, grazie anche all’istituzione degli hotspot. Nel corso del 2020 gli Stati membri hanno trasmesso a Eurodac 644.926 set di impronte digitali, registrando rispetto al 2019 un calo del 30% per l’effetto congiunto dell’allentamento dei controlli alla frontiera e dell’introduzione di severe restrizioni ai viaggi successive alla pandemia. Anche le relocation, pensate per superare lo stallo generato dalla rigida applicazione di Dublino attraverso un piano obbligatorio di ricollocazione di complessive 160mila persone, a causa di criteri di eleggibilità troppo limitativi hanno riguardato tra ottobre 2015 e aprile 2018 meno di un quarto dei potenziali destinatari: 34.694 persone, di cui 63% uomini, 68% adulti, 52% siriani e 35% eritrei. Dall’estate 2018 le relocation sono continuate su base volontaria, con lo scopo di facilitare le operazioni di sbarco dei migranti salvati in mare in Italia e a Malta e riaffermare così forme concrete di solidarietà tra Stati membri. Da gennaio 2019 queste relocation finalizzate a ridistribuire l’accoglienza delle persone salvate da operazioni di seach and rescue sono state poste sotto l’egida della Commissione europea, che fino a settembre 2020 ha coordinato su richiesta degli Stati membri 39 operazioni, ricollocando entro aprile 2021 1.509 richiedenti asilo da Malta e 1.273 dall’Italia10. Numeri di così limitata ampiezza e frutto di lunghissimi stalli nelle operazioni di sbarco successive ai salvataggi in mare, che sembrano piuttosto confermare i dubbi espressi dai Paesi mediterranei dell’Ue in merito alla sincerità della solidarietà comunitaria.

I flussi misti tra regolari e irregolari

È ormai nozione consolidata da anni che il mancato accesso a percorsi di ingresso legali lascia come ultima chance a tante persone in fuga dalle persecuzioni l’attraversamento irregolare della frontiera, sia essa marittima o terrestre, seguendo le stesse orme dei migranti economici drasticamente interdetti dalle vie legali di ingresso dopo la crisi economica del 2008. Una strada condivisa che rende sempre più difficoltoso distinguere gli uni dagli altri, soprattutto perchè sovente gli stessi richiedenti asilo sommano in sé motivi diversi per fuggire e attraversare le frontiere. Sono questi quelli che vengono comunemente definiti i “flussi misti”, ossia il risultato di una crescente portata e complessità dei movimenti di popolazione che attraversano in particolar modo l’area mediterranea e che hanno moltiplicato, lungo le pericolose rotte migratorie degli smugglers, i punti di intersezione tra richiedenti asilo e migranti internazionali tout court. Non di rado la pericolosità di questi viaggi irregolari conduce a eventi mortali, come documentato dal progetto Missing migrants di Oim, che stima siano stati 1.427 i migranti non autorizzati che hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2020 (1.347, invece, i decessi registrati da 1° gennaio al 15 settembre 2021). L’anno di riferimento è senz’altro il 2015, quando gli attraversamenti irregolari11 delle frontiere Ue sono stati 1.822.102, livello record a cui hanno corrisposto 1.283.075 richiedenti asilo, un numero mai raggiunto prima. Il 2015 è stato l’anno della cosiddetta “crisi migratoria europea”, a cui ha fatto seguito una progressiva normalizzazione dei flussi anche se con andamenti differenziati e improvvise riacutizzazioni a seconda delle rotte. Tra il 2015 e il 2020, per effetto dell’intesa Ue-Turchia del marzo 2016, il traffico della rotta marittima del Mediterraneo orientale è diminuito di oltre 80 volte e di quasi 30 volte quello relativo ai Balcani occidentali; mentre un contenimento di 4 volte è stato favorito nel Mediterraneo centrale dal memorandum italo-libico del 2017. Nel 2020 gli attraversamenti complessivi sono stati 125.110 e per l’81,1% dei casi hanno riguardato l’area mediterranea. La rotta principale è tornata a essere il Mediterraneo centrale, ma le situazioni più complesse si registrano nei Balcani occidentali e nelle rotte del Mediterraneo occidentale e dell’Africa occidentale. Proprio la rotta dell’Africa occidentale ha registrato nel corso del 2020 un exploit, passando nel giro di un anno da 2.718 a 23.029 attraversamenti rintracciati. Nel 2020 torna a essere la Siria il primo Paese di partenza (21.608, soprattutto lungo le rotte dei Balcani occidentali e del Mediterraneo orientale), seguita da 3 Paesi del Maghreb: Marocco (17.121, rotta dell’Africa occidentale, ma anche Mediterraneo occidentale e centrale), Algeria (13.247, Mediterraneo occidentale) e Tunisia (13.191, Mediterraneo centrale). Al quinto posto segue un vasto gruppo di migranti subsahariani la cui nazionalità non è specificata (12.628). Infine, riferisce Frontex, l’attività generale di contrasto alla frontiera europea è stata completata nel 2020 con l’arresto di 8.942 contrabbandieri o facilitatori. Nei primi sei mesi del 2021, i 64.599 attraversamenti irregolari rintracciati lasciano presagire per la stagione estiva una lieve ripresa dei flussi, soprattutto nel Mediterraneo centrale e nei Balcani occidentali. In realtà i numeri in calo degli attraversamenti irregolari rintracciati e dei richiedenti asilo sembrano nascondere la consuetudine degli Stati membri a ricorrere a operazioni illegali per respingere i richiedenti asilo. Almeno 40.000 i casi registrati durante la pandemia, ha denunciato il Guardian12 sulla base di rapporti di Onu e di varie Organizzazioni non governative. Secondo diverse Ong, con l’inizio del Covid-19, la regolarità e la brutalità delle pratiche di respingimento sono cresciute, anche con il sostegno di Frontex. Proprio quest’ultima risulta sotto indagine da parte dell’organismo di vigilanza antifrode dell’Ue (Olaf) per molestie, cattiva condotta e operazioni illegali volte a impedire ai richiedenti asilo di raggiungere le coste dell’Ue. Protecting Rights at Borders13 ha ribadito le accuse, registrando tra gennaio e aprile 2021 ben 2.162 casi di “respingimenti” effettuati sulla base di accordi bilaterali che hanno impedito a migliaia di persone di trovare protezione in Ue. Questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg di una serie di violazioni dei diritti che nella maggioranza dei casi non vengono individuate.
 
(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)
 
 

di Antonietta Mastrangelo

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