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I migranti forzati nel 2020 in Europa e nel mondo: le soluzioni durevoli e le debolezze del sistema Europa (1a parte)

Dossier Statistico Immigrazione 2021: approfondimento sui dati statistici pubblicati nel Dossier Statistico Immigrazione 2021 circa i migranti forzati presenti nel mondo e le soluzioni adottate in Europa a medio e breve termine, per arginare il fenomeno.

14 settembre 2022

La presenza migrante nel mondo

I migranti forzati si confermano una categoria composita e in continua evoluzione. Alla fine del 2020, su 82,4 milioni di migranti forzati erano: 1) 20.650.304 i rifugiati formalmente riconosciuti; 2) 4.128.889 i richiedenti asilo, la cui domanda ancora non risultava definita alla fine dell’anno (notevolissimi i tempi di attesa, se si considera che di questi solo 1.268.562 hanno presentato richiesta nel corso del 2020 e i restanti altri negli anni immediatamente precedenti); 3) 48 milioni gli sfollati interni a 59 Paesi e territori a causa di conflitti e violenze (stime dell’Internal Displacement Monitoring Centre - Idmc), cui si aggiungono ulteriori 7 milioni sfollati interni a seguito di catastrofi ambientali, la cui protezione ricade attualmente al di fuori del mandato delle agenzie specializzate dell’Onu; 4) 3.856.327 i cittadini venezuelani stimati dalla Piattaforma di coordinamento per i rifugiati e i migranti dal Venezuela R4V, che a partire dal 2018 sono sfollati all’estero a causa della crisi economico-politica del Paese sud-americano e il cui status giuridico risulta tuttora non definito, non avendo potuto per diverse ragioni presentare domanda d’asilo né ottenere un’altra forma di autorizzazione al soggiorno nei Paesi di destinazione (principalmente Perù, Ecuador, Brasile, Cile e Colombia); 5) 5.703.521 i rifugiati palestinesi e i loro discendenti sotto il mandato dell’Agenzia per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa) che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e striscia di Gaza a seguito del conflitto arabo israeliano del 1948. Il carattere composito, le diverse cause e i diversi effetti delle migrazioni forzate costituiscono un elemento che aggiunge complessità, interessa regioni disparate e chiama in causa istituzioni diverse per l’attuazione di meccanismi adeguati di protezione. Il numero dei migranti forzati risulta, inoltre, cresciuto nell’ultimo ventennio in maniera estremamente sostenuta un po’ in tutto il mondo, anche se fanno eccezione in termini di peso relativo sia l’Ue che il Nord America. Nel 2000 a livello globale i migranti forzati erano 22,9 milioni, di cui il 7,9% accolto nell’Ue e il 4,6% in Canada o Usa. Solo 20 anni dopo, nel 2020, il loro numero è quasi quadruplicato, assestandosi a 82,4 milioni, mentre le quote relative a Ue e Nord America sono dimezzate, scendendo rispettivamente a 4,1% e 1,8%. In base ai dati del 2020 si evidenziano un coinvolgimento sostanzialmente limitato dei Paesi a sviluppo avanzato: sono infatti i Paesi in via di sviluppo ad accogliere l’86,2% dei migranti forzati nel mondo (il 64,7% del totale dei rifugiati, il 43,3% dei richiedenti asilo, il 96,0% degli sfollati, il 100% rispettivamente degli sfollati venezuelani all’estero e dei profughi palestinesi Unrwa). Nonostante sia rimasto per lo più inascoltato l’appello del 23 marzo 2020 del Segretario generale dell’Onu in favore di un “cessate il fuoco” universale per fare fronte alla pandemia di Covid-19, i dati mostrano un calo generalizzato degli arrivi: circa 1,5 milioni di persone in meno rispetto a quanto previsto da Unhcr in circostanze non-Covid sulla base delle tendenze registrate negli ultimi 20 anni. Nonostante in rallentamento, il fenomeno continua ad aumentare: nemmeno la chiusura temporanea delle frontiere internazionali in diverse parti del mondo ha potuto porre un argine. Nel corso del 2020 e nei primi mesi del 2021 non sono mancati nuovi e violenti
conflitti, che hanno prodotto rilevanti spostamenti di massa, come avvenuto ad esempio dopo la presa di Kabul da parte delle milizie talebane nell’agosto 2021. L’emergenza Covid-19 in numerosi Paesi di asilo ha indebolito il sistema di protezione (dall’accoglienza alle procedure di riconoscimento) ed esacerbato le condizioni di vita di sfollati e rifugiati, in special modo quelli in situazioni protratte costretti a fare i conti con la venuta meno degli approvvigionamenti.

Le soluzioni a lungo termine

Generalmente sono tre le possibili soluzioni durevoli alle questioni poste dai migranti forzati: la protezione nel Paese di asilo, il reinsediamento in un Paese terzo e il ritorno a casa nel Paese di origine. La prima soluzione è effettivamente quella più immediata, fondandosi sul riconoscimento direttamente nel Paese di asilo di una forma di protezione. Tuttavia, non beneficiano di uno status di protezione formalizzato 3,9 milioni di sfollati venezuelani (anche se il buon esempio della cosiddetta “svolta umanitaria” in Colombia del 2021 potrebbe aprire la porta al riconoscimento di uno status di protezione temporanea in tutta la regione sud-americana, e soprattutto 50 milioni di sfollati interni stimati da Idmc nel mondo. Questi ultimi, non avendo attraversato il confine nazionale, restano in un limbo giuridico che li esclude dalla possibilità di ottenere protezione dalle autorità di un Paese diverso dal proprio (che pure li perseguita) e rende difficoltosa l’assistenza da parte delle organizzazioni internazionali, condannandoli a vivere in campi informali spesso non organizzati e igienicamente precari, in una costante condizione di pericolo di vita e sempre in bilico tra la definitiva fuga all’estero o il ritorno alla propria casa. Gli sfollati interni rappresentano perciò dei potenziali futuri richiedenti asilo, con la differenza che il loro numero è 12 volte superiore. Nel caso in cui nel Paese di arrivo non sussistano le condizioni per ottenere la protezione internazionale, a causa del carattere di massa assunto dal flusso o di specifici impedimenti normativi, la soluzione alternativa è quella del reinsediamento (resettlement) in un altro Paese disponibile a concedere il visto di ingresso e a garantire uno status di soggiorno permanente. A causa della pandemia di Covid-19, però, nel 2020 è stato possibile portare a termine solo 34.400 operazioni di reinsediamento, neanche un terzo di quanto realizzato nell’anno precedente e una goccia rispetto alla necessità: l’Unhcr stima che siano circa 1,4 milioni le persone bisognose di reinsediamento. Rientrano in questa categoria anche le sponsorizzazioni private e il programma dei Corridoi umanitari. Quest’ultimo, promosso dapprima in Italia da istituzioni religiose cattoliche e protestanti e poi “trasferito all’estero”, ha permesso l’arrivo in condizioni sicure di diverse centinaia di rifugiati siriani, accolti in precedenza in Libano ed Etiopia. La terza soluzione sarebbe quella più opportuna, ma nella realtà la più difficile da realizzare: si tratta del rientro nel proprio Paese, una volta ripristinate pienamente le condizioni di sicurezza e venute meno le ragioni di persecuzione. Il rientro per essere sostenibile deve avvenire attraverso l’assistenza di programmi di ritorno volontario, che si prendono cura degli aspetti materiali e del reinserimento socio-economico, favorendo la collaborazione tra organizzazioni internazionali, istituzioni locali e organizzazioni della società civile. Nel 2020 tra gli sfollati interni circa 3,2 milioni di persone disperse in 18 Paesi hanno beneficiato dell’opportunità di tornare a casa in condizioni di sicurezza. Un numero non solo ampiamente inferiore rispetto ai nuovi casi di sfollamento interno determinatosi nel corso dell’anno, ma anche inferiore del 40% rispetto ai rientri registrati nel 2019 (5,3 milioni). Tra i rifugiati hanno realizzato il sogno di tornare a casa propria o almeno in patria, spontaneamente o con l’assistenza dell’Unhcr, in 251mila, il 20% in meno rispetto al 2019 (317.200). Nel corso del 2020 sono rientrati a casa anche 124.600 venezuelani sfollati all’estero, scoraggiati dalla crisi economica post-pandemia. In termini relativi è rientrato a casa meno dell’1% del totale dei rifugiati nel mondo (20,7 milioni). Tra le cause dello scarso successo, oltre alle difficoltà derivanti dalla chiusura delle frontiere o dalla carente offerta di servizi essenziali, si devono menzionare soprattutto il permanere delle condizioni di persecuzione e il fondato pericolo di vita. Non è un caso, quindi, che nel 2020 per almeno 15,7 milioni di persone su 20,7 milioni la condizione di rifugiato si protragga da almeno cinque anni consecutivi. Caso paradigmatico è la Siria che, martoriata da un conflitto che ormai dura da più di un decennio, conta tra i migranti forzati oltre la metà della sua popolazione originaria: 13,5 milioni di persone, di cui 6,7 milioni sfollati interni e i rimanenti rifugiati e richiedenti asilo.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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