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Il lavoro domestico al tempo del Covid 19: quali le conseguenze dell’emergenza sanitaria

Dossier Statistico Immigrazione 2020: in esame i dati statistici relativi al settore del lavoro domestico e di cura alla persone. Qual è stato l’impatto dell’emergenza sanitaria sulla forza lavoro e quali le previsioni per il futuro.

19 settembre 2022

Lavoratori domestici presenti sul territorio nazionale: i dati al 2020

I lavoratori domestici regolarmente assunti dalle famiglie e censiti dall’Inps nell’anno 2019 in Italia sono stati 848.9871. Colf, badanti e baby-sitter prevalentemente straniero (il 70,3% del totale), principalmente composto da donne (88,7%) e che da anni continua a registrare un trend decrescente. Dal 2012 quando, complice la procedura di emersione, il comparto registrò un picco assoluto, superando la quota di 1 milione di lavoratori regolari, si è assistito a un lento e costante decremento dei numeri in chiaro e a un conseguente incremento della componete irregolare. Le stime elaborate a partire dai dati Istat parlano di una forza lavoro complessiva nel settore domestico composta da circa 2 milioni di lavoratori, per la maggior parte senza contratto (6 su 10, ovvero circa 1,2 milioni di addetti) e, in taluni casi, anche privi di permesso di soggiorno. Si tratta di un fenomeno, quest’ultimo, molto diffuso e, in parte, generato da un’insufficiente programmazione dei flussi di ingresso stimato in circa 150-200mila domestici non comunitari che a fine 2018 erano irregolarmente impiegati nelle case degli italiani. In questo scenario complesso, l’emergenza Covid-19 ha inevitabilmente aggravato la situazione, costando al settore complessivamente 13mila posti di lavoro. Secondo le stime elaborate da Assindatcolf, da marzo a giugno 2020 si sono persi complessivamente circa 12.950 rapporti di lavoro regolari. Un’alternanza di comportamenti condizionati dalle numerose norme e regole, anche molto contrastanti tra di loro, che nei mesi si sono susseguite. A marzo, per esempio, proprio mentre su tutto il territorio nazionale veniva imposto il lockdown, contro ogni previsione e in controtendenza con quello che avveniva nell’economica generale del paese, nel settore domestico si assumeva e anche molto (+40,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Da un lato una vera e propria “corsa” alla regolarizzazione di quei lavoratori in “nero” che, dovendosi spostare per “comprovate esigenze di lavoro”, erano chiamati ad auto certificare le generalità del proprio datore di lavoro (rischiando quindi di auto denunciare anche la propria condizione di irregolarità); dall’altro l’urgente ricerca di baby-sitter per quei genitori non in smart working che, con le scuole chiuse e non potendo contare sull’aiuto dei nonni, avevano l’esigenza di ricorrere a personale che si occupasse dei figli. Complessivamente abbiamo calcolato 25mila assunzioni “emergenziali”, a fronte di 2-3mila lavoratori “fuggiti” dall’Italia per paura di rimanere bloccati sul territorio senza nemmeno avere un reddito da lavoro. Una tendenza che, per ovvi motivi, non ha trovato riscontro nei mesi di aprile e maggio 2020, nei quali, al contrario, sono aumentati i licenziamenti poiché il settore è stato escluso dal blocco disposto per tutti gli altri comparti. Nel solo mese di maggio l’incremento delle cessazioni rilevato è stato pari all’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: un aumento in parte generato dal ritardo con il quale le istituzioni hanno dato il via libera al provvedimento, inserito nel cosiddetto “Decreto Rilancio”, che garantiva anche ai lavoratori del comparto (rimasti esclusi dalla cassa integrazione prevista dal “Decreto Cura Italia”) una specifica indennità Covid-19. Una misura straordinaria di sostegno al reddito del valore totale di 1.000 euro (500 euro per ciascun mese di aprile e maggio) destinata ai soli lavoratori non conviventi che, alla data del 23 febbraio 2020, avevano in essere uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva superiore alle 10 ore settimanali. Un provvedimento molto atteso non solo dai lavoratori, ma anche dalle famiglie, che nei mesi precedenti erano state costrette a sostenere in totale autonomia il peso economico di prestazioni lavorative che, quando non strettamente necessarie, erano comunque state sospese. Un comportamento responsabile che ha evitato che, da 13mila posti di lavoro, si arrivasse a perderne 35mila. Complessivamente il settore domestico ha, quindi, retto bene all’emergenza sanitaria, dimostrando al contempo il suo fondamentale ruolo nel welfare italiano, un’esigenza trasversale alle famiglie che quotidianamente si avvalgono del prezioso aiuto del personale domestico per conciliare i tempi di vita e di lavoro: dalla cura della casa, ai genitori che si affidano alle babysitter per l’assistenza ai propri figli (anche e soprattutto alla luce della chiusura delle scuole), alle figure delle badanti che nei mesi di isolamento si sono occupate di anziani, malati e disabili. Altro aspetto sarebbe stato quello di ripristinare una regolare programmazione dei flussi di ingresso e di sanare non solo la posizione dei lavoratori stranieri non in regola con i documenti di soggiorno, ma anche quella degli italiani e dei comunitari senza un regolare contratto. Si tratta di una piaga sociale che riguarda circa 1,2 milioni di lavoratori, ma anche e soprattutto economica, in grado di generare un ammanco nelle casse dello Stato di 3,1 miliardi di euro l’anno per omesse dichiarazioni dei redditi e mancati versamenti contributivi. A questo proposito sono indicativi i dati diffusi dal Ministero dell’Interno a chiusura della procedura di emersione: se da una parte si registra, infatti, un boom nelle richieste di regolarizzazione per i cittadini non comunitari, con 176.848 domande pervenute solo per il settore domestico su 207.542 (l’85% del totale), dall’altro è altrettanto evidente il flop della procedura per il lavoro nero tout court, di fatto rimasto escluso. In assenza di una reale convenienza economica le famiglie non hanno, infatti, considerato vantaggioso intraprendere un percorso di regolarizzazione del proprio domestico, italiano o straniero, privo di contratto di lavoro. Fin dall’inizio dell’emergenza, era necessario che alla procedura di emersione venissero affiancati incentivi fiscali all’assunzione. Solo il combinato disposto di questi due elementi sarebbe stato in grado di garantire una complessiva inversione di tendenza che, al contrario, è stata parziale e ha riguardato solo i lavoratori stranieri con i documenti di soggiorno non in regola. Concedendo alle famiglie la deducibilità fiscale del costo del lavoro domestico ma anche altre forme di deduzione/detrazione da spendere nel comparto, come quelle annunciate con il Family Act, si potrebbe ovviare a tale gravosa condizione. Potendo portare in deduzione non solo parte dei contributi, come già avviene oggi, ma il vero e proprio costo del dipendente (stipendio, tredicesima, Tfr), le famiglie potrebbero risparmiare dai 2 ai 5mila euro l’anno. Inoltre, la deducibilità fiscale del costo del lavoro domestico potrebbe avere ricadute positive anche sul lavoro irregolare, facendo emergere circa 340mila rapporti di lavoro in nero e generando anche nuova occupazione nel settore, per un totale di circa 450mila posti di lavoro regolari. Uno scenario auspicabile e già attuato con grande successo in Francia 25 anni fa, che potrebbe davvero invertire la tendenza, incrementando il lavoro regolare e portandolo al 70% del totale, pari a 1,4 milioni di addetti su 2 milioni complessivamente impiegati, oggi raggiungibile anche in Italia grazie alle risorse del Recovery plan, che permetterebbero di inserire nel Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) le misure sopra elencate, tutte coerenti con gli obiettivi del piano in fase di elaborazione.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2020)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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