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In Normativa e Diritti


Diritti sociali e migranti. Soluzioni per la fase di ripresa e resilienza (1a parte)

Dossier Statistico Immigrazione 2021: nel Pnrr la parola migranti non compare quasi mai. Le politiche migratorie dovrebbero essere rivolte a tutti coloro i quali vivono in condizione di marginalità sociale a prescindere dalla nazionalità e la provenienza.

12 settembre 2022

Nel programma del Pnrr poco spazio ai migranti

Il riordino del welfare, dovrebbe tendere a un’effettiva riduzione delle disuguaglianze, esasperate dalla pandemia, e al superamento della politica emergenziale dei bonus, sottraendo la scelta dei beneficiari a criteri disordinati se non clientelari. Di tale riordino i cittadini stranieri, che erano stati tra le principali vittime di quella politica frammentata, dovrebbero essere i primi beneficiari. In realtà ciò che si evince dalla definizione del testo è molto diverso. La prima constatazione è che nel Pnrr la parola migranti non compare quasi mai. A tal proposito bisogna ricordare che le politiche migratorie dovrebbero essere rivolte a tutti coloro i quali vivono in condizioni di marginalità sociale e prescindere dalla nazionalità e dalla provenienza. A condizioni specifiche di bisogno occorre rispondere con azioni specifiche, come lo stesso Pnrr prevede, ad es., per la discriminazione di genere o per i divari territoriali. Anche la condizione di migrante è fonte di bisogni specifici, come mostra ad esempio il divario retributivo con gli italiani (che conferma la persistente collocazione degli stranieri nelle fasce basse del mercato del lavoro e dunque l’esigenza di specifiche politiche di formazione e mobilità) e la quota molto più alta, tra i cittadini stranieri, di famiglie in condizione di povertà assoluta. Ma tali bisogni non sembrano trovare spazio nel Piano che, nella “Missione 5” (dedicata a “coesione e inclusione”) si propone di “prevenire l’esclusione sociale intervenendo sui principali fattori di rischio individuale e collettivo” senza includere tra i fattori di rischio la condizione di migrante. L’omissione genera contraddizioni significative. Anche nella pagina dedicata alla descrizione riguardante alla migliore offerta educativa, a pagina 177 del Pnrr si apprende del rilevante stanziamento volto a “migliorare l’offerta educativa sin dalla prima infanzia e offrire un concreto aiuto alle famiglie, incoraggiando la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la conciliazione tra vita familiare e professionale” mediante la creazione di ben 228.000 nuovi posti negli asili nido. A fronte di ciò, rimane formalmente vigente l’esclusione dal “bonus asili nido” di tutti i nuclei familiari stranieri privi del permesso di lungo periodo (cioè i nuclei di appartenenza di circa 20.000 nuovi nati stranieri l’anno) che la legge esclude dal beneficio e che ancora oggi vi accedono “in via provvisoria” solo in forza di una sentenza della Corte d’Appello di Milano (soggetta a ricorso per Cassazione) che aveva ordinato all’Inps di rimuovere la discriminazione. Insomma, stando al testo del Piano, la “ripresa e resilienza” dell’Italia si farebbe ignorando i migranti, rischiando così di perdere un’occasione importante.

Il riordino delle prestazioni familiari:  una lettura poco chiara

La seconda constatazione negativa concerne le due norme di istituzione dell’assegno unico universale, quella provvisoria valida dal 1° luglio al 31 dicembre 2021 (Dl 79/2021 convertito in legge n. 112/2021) e una misura definitiva al momento disciplinata dalla sola legge delega (n. 46/2021) cui seguiranno i decreti delegati. Il criterio dell’innovazione è passare da una prestazione sostanzialmente contributiva, come quella degli attuali assegni al nucleo familiare (Anf, istituti nel 1988) collegati a una prestazione di lavoro subordinato, a una prestazione “universale” finanziata con la fiscalità generale e riconosciuta anche a lavoratori autonomi e disoccupati; abrogando, così, l’infinita serie dei bonus (da gennaio 2022 resteranno infatti assorbiti, oltre agli Anf, l’assegno di natalità, il premio alla nascita, l’assegno famiglie numerose e, in una seconda fase, anche le detrazioni fiscali per familiari a carico). Ebbene, per i cittadini stranieri le due norme segnano sicuramente una svolta positiva: finisce la pretesa (inaugurata nel 2000 con l’art. 80, comma 19, legge n. 388/00) di riservare tutte le prestazioni sociali ai soli titolari di permesso di lungo periodo e si torna alla vecchia regola dell’art. 41 TU Immigrazione che garantisce parità di trattamento al titolare di un permesso di soggiorno di almeno un anno. Tuttavia in questa materia il legislatore non riesce ancora a realizzare una norma chiara e veramente egualitaria: infatti, secondo i due nuovi di legge, l’assegno unico è riservato a chi ha un permesso di durata almeno annuale solo “per lavoro o ricerca”: resta così escluso il titolare di un permesso per famiglia (si pensi al caso della madre separata o vedova che ha acquisito il titolo di soggiorno per ricongiungimento familiare) e il titolare di permesso per attesa occupazione, in evidente contraddizione con l’estensione della protezione (per gli italiani) proprio ai disoccupati. Contraddizione che diventerebbe ancora più clamorosa se l’espressione “permesso per lavoro” venisse interpretata nel senso di ricomprendere il solo permesso per lavoro subordinato, escludendo così gli altri nuovi beneficiari stranieri della prestazione, cioè i lavoratori autonomi (il punto non è stato ancora chiarito dall’Inps neppure con la circolare illustrativa n. 93 del 30.6.2021). Inoltre la norma introduce il requisito della pregressa residenza in Italia di almeno due anni, esentando da tale requisito – nella fase definitiva post gennaio 2022 – i titolari di un contratto a tempo determinato ma “di durata almeno biennale” (o almeno semestrale nella fase transitoria del 2021), con conseguente esclusione della quasi totalità dei contratti a termine (evidentemente il legislatore ignora che quasi nessun datore di lavoro si vincola con contratti a termine biennali); e introducendo una clausola di chiusura (lettera g, art. 2 della legge delega) secondo la quale “a fronte di comprovate esigenze connesse a casi particolari e per periodi definiti, su proposta dei servizi sociali e sanitari territoriali deputati alla tutela della natalità, della maternità, dell’infanzia e dell’adolescenza, possono essere concesse specifiche deroghe ai criteri indicati [sia quello del titolo di soggiorno, sia quello della pregressa residenza biennale, da una commissione nazionale, istituita con decreto del Ministero”. Un meccanismo molto complesso che poco si adatta alle esigenze di semplificazione e sburocratizzazione di cui tanto si parla nello stesso Pnrr.

Il tema della famiglia “transnazionale”

La differenza di trattamento tra italiani e cittadini stranieri introdotta nel 1998 (i primi possono computare i familiari residenti all’estero, i secondi no) è finita davanti alla Corte europea. Questa, con due decisioni del 25.11.2020 (C-302/19 e C-303/19), ha sancito l’incompatibilità del differente trattamento con due direttive dell’Unione, quella che protegge i lungo-soggiornanti (n. 2003/109) e quella che protegge i titolari di permesso unico lavoro (n. 2011/98). Benché, dopo queste sentenze, la Cassazione abbia sollevato una ulteriore questione di costituzionalità, la conseguenza pacifica delle decisioni della Corte Ue è che tutti i cittadini stranieri con figli o coniuge residenti all’estero (situazione piuttosto frequente: si pensi alle lavoratrici domestiche dell’Est Europa o a molti lavoratori del Sud-est asiatico) possono ora rivendicare il pagamento degli Anf per i familiari residenti all’estero per i 5 anni antecedenti la domanda. La nuova legge (Assegno unico universale) ripristina l’uguaglianza, appunto, al ribasso, imponendo il requisito della residenza in Italia e della “vivenza a carico” sia agli italiani che ai cittadini stranieri: una scelta non incompatibile con la decisione della Corte europea (che si era limitata a imporre la parità di trattamento) ma discutibile, posto che la cura di famiglie dislocate su “due patrie” avrebbe potuto favorire le rimesse dei migranti e una migrazione circolare, con possibili futuri rientri virtuosi nei Paesi di residenza del resto della famiglia.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2021)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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