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La rappresentazione mediatica dei migranti: l’hate speech contro i cittadini stranieri nell’Italia del 2020 (2a parte)

Dossier Statistico Immigrazione 2020: approfondimento sul fenomeno dell’hate speech, ancora fortemente presente soprattutto tra i canali informatici del web. Le fake news e le offese razziali si possono combattere attraverso informazione e trasparenza.

24 novembre 2022

Fake news, un fenomeno globale

Nel 2020 con l’arrivo della pandemia da Covid-19, si è registrata anche una impressionante epidemia di fake news: l’incertezza della provenienza, delle vie di diffusione, della natura della malattia e della rapidità del contagio hanno contribuito a creare una incapacità a discernere il vero dal falso in ogni tema affrontato, anche per le informazioni più banali. Non soltanto sul Covid, ma anche sui temi (parte dello stesso pacchetto mediatico) dell’immigrazione, degli sbarchi “clandestini”, dei migranti come portatori della più grave delle malattie: la diversità. L’insorgere drammatico del Covid ha distolto, nei primi mesi della pandemia, l’attenzione sull’immigrazione, la quale è drasticamente diminuita nel primo semestre dell’anno, per poi riprendere gradualmente in prossimità dell’estate. Poca e riduttiva attenzione si è registrata anche al diffondersi dell’epidemia nei paesi più poveri: sia nel Sud-est asiatico che in Sudamerica, e soprattutto in Africa. Altro segnale di quella visione eurocentrica che continua a disegnare il “terzo mondo” come un insieme quasi indistinguibile di paesi poveri, malati, incapaci di governare e gestire sia le loro ricchezze (che da secoli deprediamo) sia le proprie culture e storie. E’ da questi paesi, con questa irriducibile diversità, che i migranti arrivano alle nostre coste: quasi a voler confermare i nostri comodi, indistruttibili pregiudizi nei confronti loro e dei loro paesi. Su questa infinità di stereotipi, di ipocrisie, di falsi miti costruiamo gran parte della nostra governance, delle politiche migratorie e anche dei rapporti con i paesi di provenienza. Stupisce che la disinformazione populista abbia tanta forza nel convincere il pubblico dei media più diffusi: le fake news infatti non sono soltanto le notizie false, ma anche le notizie inventate, costruite ad arte per farci vivere e percepire una certa realtà. Così cresce una pericolosa polarizzazione della società, tra chi vive nell’odio e nel pregiudizio e chi cerca di capire quello che accade e di proporre le proprie ragioni affidandosi al buon senso e a fonti attendibili. La quantità al posto della qualità, questo il problema della rete. In effetti i colossi del web, da Facebook a Twitter, non fanno abbastanza per frenare il diluvio di contenuti falsi o distorcenti su temi come l’immigrazione o, appunto, la pandemia del Covid-19. Il pubblico più accorto chiede rettifiche, una “pulizia” dagli algoritmi che decidono cosa mostrare agli utenti. La maggior parte del pubblico è incapace di reagire con autonomia di giudizio. La pandemia di notizie false o sbagliate (due categorie attigue, ma diverse) si diffonde perché si è aperto uno spazio che non sappiamo ancora dominare, dirigere verso la direzione giusta, maneggiare con esperienza, affrontare con gli strumenti adatti. Non siamo ancora in grado di gestire il continuo flusso di comunicazione e ci facciamo orientare, sedurre, travolgere da fake news che ci convincono perché non siamo capaci di controllarle e dominarle. Si tratta di un calderone di informazioni devianti, notizie spazzatura sovente gridate in modo sensazionalistico, che volutamente vuole raggiungere uno specifico target di persone (scarse di strumenti culturali e di capacità critica per discernere autonomamente il vero dal falso). Nella fattispecie si osserva che analizzando le rappresentazioni dei migranti che circolano nella sfera pubblica appare chiaro ancora che la stragrande maggioranza delle notizie e immagini diffuse dai media, come le dichiarazioni e i proclami degli attori politici, non rendono giustizia al profilo demografico, economico e sociale del fenomeno migratorio: è infatti minima l’attenzione alla vita quotidiana dei cittadini stranieri in Italia, alla comprensione dei loro costumi e culture, al riconoscimento del loro contributo al paese. Si tratta di un divario tra l’immigrazione reale e l’immigrazione mediatica che non solo confonde la percezione collettiva, ma alimenta quei processi di categorizzazione e di etichettamento da cui scaturiscono stereotipi e discriminazioni. Dalla relazione finale della Commissione parlamentare Jo Cox sulla intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, nel 2016 emergeva che l’Italia fosse il paese con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione. Facebook, soltanto l’anno scorso, ha dovuto chiudere 23 pagine italiane, con oltre 2,46 milioni di followers, che condividevano notizie false e contenuti divisivi su migranti, vaccini ed ebrei: una vera macchina del fango per diffondere odio. Tra le fakes più diffuse sul tema dell’immigrazione, quella che i migranti percepiscano 35 euro al giorno dallo Stato; che facciano la bella vita negli hotel di lusso; che ci rubino il lavoro; che monopolizzino gli aiuti sociali e facciano crollare l'assistenza sanitaria; che gli irregolari siano quelli che arrivano con i barconi, mentre il maggior numero di irregolari (75%) è costituito da migranti che perdono il lavoro e di conseguenza il diritto di vivere in Italia. Ma combattere le fakes solo con una informazione “puntuale” può essere insufficiente. Risulta necessario comprendere come le notizie si propagano sul web, cosa spinge la gente a scegliere solo ciò che conferma le sue opinioni e soprattutto i suoi pregiudizi. Se la connessione web e l’accesso alla rete deve essere un diritto dell’uomo, se il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha adottato una risoluzione sulla protezione dei diritti umani su internet, occorre innanzitutto assicurare trasparenza, fornire a tutti la capacità di capire cosa sia falso e cosa sia vero; soprattutto reprimere e sanzionare severamente i discorsi di odio. Bisognerebbe creare una cultura ex novo costruita su punti di vista di partenza che siano dichiarati e motivati. In tal modo si può sviluppare una civiltà della tolleranza, del pluralismo, del dialogo costruttivo. Al contrario continueremo a costruire torri d’avorio di pregiudizi e false convinzioni dove presunte e parziali certezze daranno luogo ad un’incapacità dei loro fautori di relativizzare e di darsi un contegno necessario per dimostrare veramente di essere abitanti di questo pianeta.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2020)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2019 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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