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Lo scenario mondiale delle migrazioni: demografia e sviluppo (1a parte)

Dossier Statistico Immigrazione 2018: approfondimento sul trend migratorio a livello globale, la capacità reddituale dei paesi nel mondo, le prospettive demografiche e l'impatto delle migrazioni.

21 dicembre 2020

Quanti sono i migranti nel mondo

In base all'aggiornamento del database delle Nazioni Unite, basato sulle proiezioni del numero dei nati all'estero, dai censimenti nazionali emerge che nel 2017 il numero dei migranti nel mondo erano 258 milioni, con un'incidenza del 3,4% rispetto ai 7,6 miliardi di abitanti che popolano la Terra (cfr. Trends in international migrant stock: the 2017 revision, New York, 2018).
La loro età media è 39,2 anni e l'incidenza delle donne 48,4% con punte più elevate in Europa (50,2%), Nord America (51,5%), Oceania (51%) e America centro-meridionale (50,4%).
La maggioranza di essi risulta insediato in Europa (83,8 milioni), seguita dall'Asia con 74,5 milioni e dalle Americhe con più di 66,8 milioni.
Il continente africano ospita ne invece, 24,5 milioni, il Sud America 8,7 milioni e l'Oceania 8,2 milioni.
Se si analizza la loro suddivisione per aree continentali emerge che un quinto ciascuno è insediato in America settentrionale (22,5%) e Unione europea (21,9%).
Nella fattispecie sul territorio dell'Ue nei due terzi dei casi si tratta di migrazioni interne, mentre le migrazioni infra-continentali si evidenziano soprattutto in Asia (60%), Oceania (58%), e Africa (53%), mentre sono piuttosto residuali all'interno del Nord America (27%) e dell'America centro-meridionale (16%).
Anche i paesi a Sud del mondo concentrano globalmente il 73,9% delle persone immigrate e rappresentano nello stesso tempo, l'81,6% degli emigrati.
Metà dei migranti internazionali risiede nei dieci maggiori paesi di insediamento.
La più grande collettività vive nella nazione che a livello mondiale è considerata la nazione dei migranti per eccellenza, ossia gli Stati Uniti (49,8 milioni).
A seguire troviamo collocati l'Arabia Saudita e la Germania, entrambi caratterizzate da forti aumenti annuali, il Regno Unito (8,8 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (8,3 milioni), la Francia e il Canada (7,9 milioni ciascuno), l'Australia (7 milioni), la Spagna (6 milioni) e all'undicesimo posto l'Italia  con 5,9 milioni di cittadini stranieri (dati Istat circa 5,1 milioni).
Vi sono poi alcuni paesi ove si concentra la ricchezza maggiore a livello globale, in cui si concentrano maggiormente i migranti questo è il caso di paesi come gli Emirati Arabi Uniti (88,4 milioni), il Kuwait (75,5%) e il Qatar (65,2%).
Così come vi sono altri paesi che al loro interno concentrano un numero molto elevato di migranti, soprattutto rifugiati e profughi, nonostante le avverse difficoltà economiche di quei paesi, questo è il caso della Giordania (33,3%) e del Libano (31,9%) o in paesi di storica immigrazione come la Svizzera (29,6%), l'Australia (28,8%), l'Israele (23,6%), la Nuova Zelanda (22,7%), il Canada (21,5%), gli Stati Uniti (15,3%) e la Germania (14,8%) e nei paesi di recente immigrazione come  l'Austria (19%), la Svezia (17,6%), l'Irlanda (16,9%) e la Norvegia (15,1%).
La dimensione urbana dei flussi migratori internazionali è in aumento, ma inoltre si assiste ad una vera e propria concentrazione  dei migranti soprattutto nelle grandi metropoli, questo perché in tali dimensioni è possibile trovare a disposizione quanto necessario a livello di servizi indispensabili (alloggi, istruzione, sanità, sevizi sociali).
Il picco di maggiore incremento nel secolo scorso si è avuto in con la caduta del muro di Berlino (novembre 1989) e in poco meno di 30 anni, i migranti nel mondo sono aumentati di oltre 100 milioni di unità passando da 153 milioni nel 1990 a 258 milioni nel 2017 (+68,9%), con significative differenze riscontrate a livello di aree continentali.
I maggiori incrementi si sono riscontrati in Asia occidentale, Asia orientale e Africa centro-meridionale (comprese tra le +120% e +180%).
Se dovessero ripetersi i tassi di crescita registrati nel quinquennio compreso tra il 2010 e il 2015, nel 2050 si raggiungerebbero i 469 milioni, una previsione tra l'altro piuttosto ristretta, se si considera che nel 2015 uno studio dell'Università delle Nazioni Unite aveva stimato fino ad un miliardo di potenziali migranti ambientali entro il 2050 per effetto delle conseguenze dei cambiamenti climatici.
Per quanto concerne invece i migranti volontari, si osserva che in base ad un'indagine condotta da Gallup world 2013-2016 (Washington, 2017), basata su 590 mila interviste telefoniche  condotte in 156 paesi del mondo, globalmente 710 milioni di persone desiderano migrare  in maniera permanente (circa il 14%), ma poi effettivamente, solo uno su cento emigra (nel biennio 2015-2017 infatti i migranti internazionali sono aumentati di soli 7 milioni l'anno).
In realtà i flussi migratori sono ormai piuttosto stabili da diversi anni, ma il totale dei migranti internazionali continua a crescere in maniera considerevole, per effetto da un lato degli ostacoli che incontrano le migrazioni di ritorno, dall'altro, per l'effetto dell'accresciuta longevità.
Vi sono poi quei migranti che, una volta accumulato i propri risparmi e giunti all'età pensionabile, decidono di fare ritorno in patria, per godersi i frutti del loro lavoro, considerando anche che, nel loro paese la valuta guadagnata, possiede un maggiore potere d'acquisto.
La principale area di origine dei migranti internazionali non è l'Africa (appena un migrante internazionale ogni sette), bensì l'Asia (due su cinque) e l'Europa (uno su quattro).
In complesso emerge che sono in totale 102 i migranti internazionali provenienti dall'Asia, 65 milioni quelli europei, 42 milioni quelli sudamericani, 36 milioni gli africani e quasi 2 milioni quelli oceanici.
 A guidare la graduatoria dei primi dieci paesi di emigrati c'è l'India (16,6 milioni), seguita dal Messico (13 milioni), dalla Federazione Russa (10,6 milioni) e dalla Cina (10 milioni).
Al quinto posto si colloca la diaspora del Bangladesh (7,5 milioni) e sesta quella siriana (6,9 milioni).
Infine al ventesimo la diaspora italiana con 3 milioni di nati all'estero (anche se in realtà i cittadini italiani con residenza all'estero sono ben oltre 5,1 milioni).
A livello dei singoli paesi tassi record di emigrazione si registrano nei paesi maggiormente colpiti da guerre o persecuzioni di massa come la Palestina (la diaspora incide per il 77,3% sulla popolazione), Bosnia-Erzegovina (47,3%), Siria (37,6%), Armenia (32,5%).
Segue poi un gruppo di paesi a forte pressione emigratoria per motivi lavorativi per il 30/40% dei casi come il Portorico, il Suriname, l'Albania, la Giamaica eccetera; per il 20/25% un altro blocco di paesi dell'Europa mediterranea o centro orientale (in tal caso si tratta soprattutto di migranti economici): Macedonia, Malta, Moldavia, Croazia, Montenegro, Portogallo, Georgia, Lituania, Lettonia, Bulgaria e Romania.
Risulta dunque evidente come il fattore economico sia rilevante ai fini della scelta di emigrare e come tali possano rappresentare fattori primari di partenza.
Ma gli elementi sopra descritti possono rappresentare nello stesso tempo, oltre che incentivi, anche degli ostacoli insormontabili alla stessa mobilità: è questa la nota tesi del "migration hump" (la "gobba migratoria"), secondo cui  esiste una relazione tra reddito e flussi migratori, per cui mentre le persone più povere mancano dei mezzi necessari per emigrare, è il raggiungimento di un Pil pro-capite tra i 7 e i 10 mila dollari a parità di potere d'acquisto a favorire la possibilità di lasciare il proprio paese, così come il superamento di questa soglia di reddito ne costituisce un freno.

Reddito mondiale e popolazione

Nel 2017 prosegue il trend mondiale di un incremento demografico differenziato tra le diverse aree del mondo, ma anche un crescente sfruttamento tra paesi nell'accesso alle risorse economiche.
In base alle stime  demografiche delle Nazioni Unite la popolazione mondiale è ulteriormente aumentata raggiungendo nel 2017 i 7,6 miliardi per raggiungere nel 2050 probabilmente i 9,8 miliardi di persone. (World population prospects. The 2017 revision, New York 2018).
La popolazione mondiale continua a crescere, anche se dallo stesso rapporto dell'Onu emerge che è prossima ad un rallentamento se non ad unìinversione di tendenza, in quanto entro dieci anni due terzi della popolazione mondiale dovrebbero vivere  in paesi con un tasso di nascita in negativo ossia 2,1 figli per ogni donna in età feconda.
Sempre nel 2017 quasi il 60% della popolazione mondiale vive in Asia (4,4 miliardi), mentre gli altri continenti si spartiscono il restante 40%, in quote omogenee tra il 10 e il 15% (nell'ordine Africa, America e Europa).
Infine spetta all'Oceania lo 0,5% con meno di 40 milioni di abitanti mentre in Asia orientale (30,4%) e centro-meridionale (24,8%), cui appartengono rispettivamente la Cina (1,41 miliardi) e l'India (1,38 miliardi), si confermano come le aree continentali più popolose del mondo, seguite dall'America centro-meridionale (8,5%), dall'Ue-28 (6,8%) e dall'Africa orientale (5,4%).
Tra i paesi più popolosi del mondo dopo la Cina e l'India seguono gli Stati Uniti (324 milioni), l'Indonesia (264 milioni), il Brasile (209 milioni), il Pakistan (197 milioni), il Bangladesh (165 milioni), la Federazione Russa (144 milioni), il Messico (129 milioni), e il Giappone (127 milioni), l'Italia invece è solo ventitreesima con circa 59 milioni di abitanti.
Per quanto attiene il Pil mondiale emerge che nel corso del 2017 è aumentato arrivando a toccare 127.723 miliardi di dollari Usa a parità di potere d'acquisto.
Di esso il 42,9% è prodotto nel cosidetto "Nord del mondo", mentre il restante 57,1% è ripartito tra i 6,3 miliardi di persone che vivono nel "Sud del mondo" (ossia l'83,6% della popolazione mondiale).
Ovviamente il Pil pro capite dei cittadini del "Nord" gode di una media più elevata e dunque un migliore standard di vita, con 43.200 dollari, mentre quelli del "Sud" con appena 11.600 dollari, in un contesto mondiale in cui teoricamente sarebbe possibile un Pil pro capite pari a 16.900 dollari, più che soddisfacente per l'intera umanità.
Dal punto di vista della distribuzione della ricchezza a livello continentale si evince che, le aree più ricche per volume di Pil sono l'Asia orientale (30,8% del reddito mondiale), l'America settentrionale (16,6%) e l'Ue-28 (16,6%), che insieme detengono i due terzi della ricchezza mondiale.
Ma se rapportiamo il Pil alla popolazione il quadro cambia radicalmente, infatti l'Asia orientale con 17 mila dollari, registra un reddito medio pro capite in linea con la media teorica mondiale, ma molto più basso di America settentrionale (58 mila dollari), Ue-28 (41 mila dollari) e Oceania (35 mila dollari), come anche in Asia occidentale (27 mila dollari).
Al di sotto della media invece l'Asia centro-meridionale (6.700 dollari) e l'intero continente africano (5 mila dollari).
In termini assoluti guidano la graduatoria dei paesi più ricchi la Cina (23.300 miliardi di dollari), gli Stati Uniti (18.400 miliardi) e l'India (9.450 miliardi).
Poi vi sono altre economie emergenti come Federazione Russa, Indonesia e Brasile che sono entrate tra le prime dieci, mentre l'Italia resiste in undicesima posizione con 2.400 miliardi.
Per quanto attiene invece i redditi pro capite, guida la graduatoria il gruppo di piccoli stati, come il Qatar (128.400 dollari), Macao (115.100), Lussemburgo (106.500), Singapore (92.300), Brunei (78.900) eccetera.
Tra i paesi del "Nord del mondo" si osserva inoltre che superano per Pil pro capite paesi come gli Stati Uniti (59.800 dollari), Canada (56.500), Germania (51.100), paesi come l'Irlanda (77.100), la Svizzera (64.900) e la Norvegia (60.700).
Infine l'Italia con 40.600 dollari si colloca a ridosso dei paesi più ricchi in linea con la media Ue (41.300).

Al di sotto del valore medio mondiale con un Pil pro capite molto basso si collocano 105 paesi di cui 49 sotto i 5 mila dollari pro capite a partire da Haiti (1.850 dollari), Kiribati (2.175), Afghanistan (1.981), Repubblica  centrafricana (726).
Livelli estremi di povertà si registrano in particolare in Africa orientale, dove il Pil pro capite annuo stenta a raggiungere i 2.142 dollari.

A livello continentale fanno invece eccezione alcuni paesi come la Guinea equatoriale con un reddito record di 24.817 dollari (grazie alle entrate derivanti dai ricchissimi giacimenti), il Gabon (18.183) e il Botswana (17.354).
Si tratta di dati medi che non consentono però di cogliere totalmente il livello di sperequazione esistente all'interno dei singoli paesi.
Grazie al Rapporto Oxfam "An economy for the 99%" (Oxford,2017), si ricorda che nel 2017 l'1% più ricco del mondo possedeva più ricchezza del resto dell'umanità, restituendo così un'efficace fotografia della realtà.
Ma al declinare sugli squilibri nella distribuzione del reddito globale tra singoli paesi corrisponde sempre più spesso un aumento delle disuguaglianze in termini di distribuzione interna (Rapporto Ocse cfr. Focus inequality and grown, Paris, december 2014).
Già nel 2015 erano 700 milioni di persone a possedere un reddito giornaliero a parità di potere d'acquisto inferiore alla soglia di povertà (Banca Mondiale l'ha fissata a 1,9 dollari Usa).
Tali persone si concentravano soprattutto in due aree continentali: Africa subsahariana e Asia meridionale.
Con tali premesse si prevede che per il 2050 le persone in povertà estrema potrebbero diventare un numero variabile tra 200 mila e 2 miliardi, ciò a seconda se verranno prese le opportune misure per evitare disastri naturali e riequilibrare l'accesso alle risorse.
Purtroppo però gli "Obiettivi nello Sviluppo Sostenibile" di eliminare la povertà e contemporaneamente promuovere una prosperità condivisa entro il 2030 per ora sembrano essere ancora un miraggio.
In base a tale obiettivi, in base anche alla teoria del premio Nobel A. Sen, bisognerebbe superare l'approccio del "quanto"e concentrarsi sul "come", "cosa" e "chi" (cfr. "Un'idea di giustizia" Mondadori, 2010).
In base a tale teoria l'esigenza di libertà e di benessere sociale largamente inteso, allo stato attuale viene misurato attraverso il cosidetto "Indice di Sviluppo Umano", varato dalle Nazioni Unite (Undp) negli anni'90, che tiene conto oltre che del reddito pro capite, anche di una serie di indicatori sociali che vanno dal tasso di analfabetimo alla parità di genere.
In base a tali analisi emerge pertanto che nel 2017 metà della popolazione mondiale vive in un paese  con un Indice di Sviluppo Umano alto o molto alto (rispettivamente  33,8% e 18,2%), ma anche che nel 2050 a raddoppiare la popolazione saranno soprattutto i paesi con uno sviluppo umano basso (+113,9%), mentre la popolazione dei primi conoscerà aumenti molto contenuti.

(Fonte:Dossier Statistico Immigrazione 2018)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2017 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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