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Alunni disabili, il primo concorso per gli insegnanti di sostegno

Al via il concorso per oltre 63 mila posti, di cui 6.100 per docenti di sostegno, che hanno un esame riservato a loro. Ianes (Edizioni Erikson): "Bene stabilizzazione, ma temo sia premessa per formazione separata, ruolo blindato e scelta vocazionale". La sua proposta, sul modello che si sta sperimentando in Trentino: Sì la specializzazione, ma dopo l'università, con accesso anche a insegnamento curriculare"

29 aprile 2016

ROMA - Per la prima volta sono sotto esame anche gli aspiranti insegnanti di sostegno. Tre sono infatti i bandi a cui hanno risposto gli oltre 63 mila candidati, da ieri alle prese con le prove scritte del nuovo concorso a posti e cattedre previsto dalla legge 107 del 13 luglio 2015: uno per i docenti della scuola dell'infanzia e della primaria, un secondo rivolto ai docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado e infine un terzo bando, appunto, per i docenti di sostegno. Su un totale di 63.712 posti che verranno assegnati nel corso del triennio 2016/2018, quelli per il sostegno sono 6.101: nel dettaglio 304 per l'infanzia, 3.799 per la primaria, 975 per la secondaria di I grado e 1.023 per il II grado. Partecipano aspiranti docenti non di ruolo, che siano in possesso di abilitazione all'insegnamento e del titolo di specializzazione sul sostegno.

Di fatto, il concorso immetterà in ruolo oltre 6 mila insegnanti di sostegno, formati e presumibilmente "stabili", che affiancheranno gli alunni con disabilità nelle scuole di ogni ordine e grado. Secondo gli ultimi dati del Miur, lo ricordiamo, si tratta di 216.452 studenti nel corrente anno scolastico, affidati a circa 90 mila insegnanti di sostegno: l'11% in più rispetto allo scorso anno, ma comunque troppo pochi per rispondere alle necessità degli studenti con disabilità. Ben venga allora questa nuova ondata di assunzioni tramite concorso, che dovrebbe assicurare un'integrazione consistente, seppur non ancora sufficiente, dell'organico di sostegno.

Plaude, in questo senso, Dario Ianes, docente di Pedagogia e didattica speciale all'università di Bolzano e responsabile delle Edizioni Erickson, che sta osservando e partecipando attivamente al processo di riforma del sostegno previsto dalla "Buona scuola". Dopo aver già in passato espresso forti critiche all'idea di un "sostegno blindato" e della "carriera separata", oggi Ianes torna a manifestare i proprio dubbi e le proprie preoccupazioni, anche rispetto alla strada che il concorso lascia intravedere.

"Il concorso è certamente un'ottima cosa - ci dice - perché crea stabilità in un ambito in cui la precarietà è ancora troppo diffusa. Temo però che questo nuovo esame sia l'anticamera di una nuova formazione, diversa e specifica, per gli insegnanti di sostegno. Non solo quindi una classe di concorso distinta, ma anche una formazione diversa, già a partire dall'università, il che prefigurerebbe una scelta vocazionale per il sostegno e la creazione di due binari paralleli: uno per gli insegnanti ‘normali' e uno per gli insegnati ‘speciali'. Questo - ribadisce Ianes - è culturalmente negativo, perché destinato ad accentuare meccanismi di delega e di microespulsione". Rispetto poi al problema della stabilizzazione degli insegnanti di sostegno, oggi contrassegnati da precarietà e discontinuità, "il concorso aiuta, ma non risolve - osserva Ianes - perché i numeri sono insufficienti. Immagino quindi che ci sarà una nuova edizione del corso di specializzazione e poi un'altra tornata concorsuale".

Quale percorso alternativo immagina e chiede allora Ianes? "La nostra proposta è quella di specializzare sì gli insegnanti di sostegno, come chiedono con forza anche le famiglie, ma solo dopo che sia conclusa la formazione come docente curriculare". Il "sostegno", in altre parole, dovrebbe essere una specializzazione post-universitaria, scelta da aspiranti docenti che, però, avranno accesso anche all'insegnamento curriculare. "Non ci piace l'idea di insegnanti ‘blindati' sul sostegno. Immaginiamo invece docenti curriculari specializzati sul sostegno e utilizzabili da ministero e scuole come ‘tutor', o figure di sistema, sui temi dell'inclusione. Un modello che stiamo sperimentando con successo in Trentino. E che ci augureremmo di veder applicato in tutta la scuola italiana. Purtroppo non ci pare che l'impianto della Buona scuola viaggi in questa direzione". (cl)

(29 aprile 2016)

di d.marsicano

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