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L’arte di rinascere passa dall’espressione: i progetti di Inail per aiutare dopo un infortunio

La creatività artistica è un valido strumento per incrociare il punto profondo di verità presente in ogni persona e favorire l’inclusione sociale: un evento on line di SuperAbile ha affrontato il ruolo dell’arte nel percorso di riabilitazione delle persone con disabilità. Con il contributo delle assistenti sociali di Inail

11 novembre 2020

ROMA – Un pomeriggio per conoscere e incontrare i protagonisti dei tanti progetti che in Italia utilizzano le forme artistiche ed espressive come strumento per il pieno recupero della vita relazionale delle persone che hanno subito un infortunio sul lavoro e più in generale di tutte le persone con disabilità. Un’iniziativa di SuperAbile Inail, dal titolo “RI-NASCERE - Creatività & Espressività per l’inclusione sociale e culturale delle persone con disabilità”, per fare luce su come l’espressione artistica, di qualsiasi natura (visiva, teatrale, etc) può a pieno titolo affiancare il percorso di riabilitazione, fisica e psicologica e sociale, delle persone con disabilità da lavoro. Un viaggio compiuto anzitutto in compagnia di coloro che, a livello centrale e periferico, operano in Inail per sostenere il percorso di quanto hanno subito un infortunio sul lavoro.

Inizialmente pensata in presenza presso il teatro San Gaspare a Roma e poi realizzata on line in osservanza alle disposizioni vigenti in tema di contrasto alla diffusione del virus Sars-Cov2, l’iniziativa – tradotta in Lis – ha passato in rassegna anche altre esperienze restituendo la dinamicità degli interventi messi in campo a sostegno delle persone con disabilità.

“La partecipazione – ha affermato Antonella Onofri, direttore centrale ‘Prestazioni socio sanitarie’ di Inail – è uno strumento che produce coesione sociale e uguaglianza sostanziale”, quella che i progetti portati avanti da Inail hanno contribuito a realizzare nel concreto. Esperienze costruite su misura attraverso laboratori o percorsi creativi realizzati dalle equipe multidisciplinari dell’istituto, che conducono al “recupero della vita relazionale dell’infortunato sul lavoro” attraverso il canale “dell’accoglienza e della fiducia, che rappresentano elementi essenziali che portano verso l’autonomia e il reinserimento”. “L’emergenza epidemiologica – ha detto ancora Onofri – ha cambiato le nostre vite e dal punto di vista economico il teatro e la cultura stanno subendo un gravissimo danno: con questo appuntamento vogliamo sottolineare l’importanza di questo mondo e il loro ruolo per la vita relazionale di chi ha subito un infortunio”.

Margherita Caristi, Funzionario socio educativo presso la Direzione centrale prestazioni socio sanitarie di Inail, ha ricordato i diversi progetti che cogliendo la musica, la danza, il teatro, il disegno, la pittura e tutte arti visive, hanno contribuito ad “attivare processi cura attraverso forme espressive” e che hanno dato aiuto concreto ai lavoratori infortunati, così come ai loro familiari. Un aiuto che si allarga anche alla “comunità di appartenenza del lavoratore, che costituisce un partner essenziali per costruire insieme contesti di vita capaci di realizzare inclusione sociale”. Caristi ha ricordato il vigente Regolamento per la tutela dei lavoratori infortunati, che in un’ottica multidimensionale affianca ai dispositivi tecnici forniti da Inail anche l’attivazione di progetti di assistenza alla persona: “il recupero dell’integrità psicofisica non può prescindere dagli aspetti psicologici legati all’esperienza dell’infortunio”, ed ecco il motivo per cui laboratori, incontri, occasioni di dialogo, producono relazioni di fiducia e costituiscono azioni ed esperienze concrete che aiutano la persona.

 Nel corso dell’evento on line sono stati presentati in particolare, ha sottolineato Caristi, quei progetti che si sono sviluppati nel periodo di emergenza sanitaria, ad iniziare da quanto svolto la scorsa primavera durante la fase di lockdown: “una costrizione fisica che non ha bloccato ma anzi ha attivato reciprocità e solidarietà”. Ecco allora progetti che hanno indagato cosa il periodo Covid-19 ha significato per i lavoratori, come ha impattato nelle loro vite, “in quelle di coloro che vivevano proprio in quella prima fase dell’emergenza l’epoca della ricostruzione di nuovi equilibri, o in quelle di coloro che avevano appena ripreso i loro impegni e le loro occupazioni” dopo i difficili momenti immediatamente successivi all’infortunio. “Ci siamo chiesti, noi assistenti sociali, come prenderci cura dei nostri lavoratori: abbiamo puntato a garantire l’erogazione del servizio, la continuità della presa in carico e appunto l’avvio di nuove progettualità per permettere ai lavoratori di esprimere quello che stavano vivendo in quel particolare periodo”.

I progetti presentati, una selezione di quelli attivati in tutta Italia, sono arrivati dalla Direzione Regionale Inail Veneto con “In rete, si può… Insieme ce la faremo!”, raccontato dal funzionario socio educativo Anna Maria Olivo; dalla Direzione Regionale Inail Calabria il progetto “Io resto a casa… ma”, con il funzionario socio educativo Ida Grande; dalla Direzione Regionale Inail Emilia Romagna il “Laboratorio di scrittura all’interno della comunità professionale degli assistenti sociali”, con il funzionario socio educativo Donatella Ceccarelli; dalla Direzione Regionale Inail Sicilia il progetto “#iofacciolamiaparte”, illustrato dal funzionario socio educativo Concetta Lombardo; dalla Direzione Regionale Inail Campania il “Progetto di Sostegno psicologico per i lavoratori con infortunio-malattia Covid e familiari superstiti”, con il funzionario socio educativo Giuseppina Barone; dalla Direzione Regionale Inail Basilicata l’iniziativa “Condividiamo storie di rinascita” con il funzionario socio educativo Filomena Zaccagnino.

Altre esperienze sul campo sono state raccontate da Daniela Alleruzzo, presidente dell’Accademia “L’Arte nel cuore”, da Dario D’Ambrosi, attore e regista teatrale, cinematografico e televisivo Associazione Teatro Patologico; da Roberta Montesi, coordinatrice Compagnia Butterfly della Comunità Capodarco di Roma. Inoltre, Roberto Natale, responsabile della Direzione “Rai per il Sociale”, ha affrontato il tema dell’impegno sul tema del servizio pubblico radiotelevisivo.

In apertura, un quadro introduttivo era stato fornito dall’intervento del professor Gilberto Scaramuzzo, della cattedra di Teorie moderne dell’educazione e Pedagogia dell’espressione, dell’Università Roma Tre. A partire dalla pedagogia dell’espressione, Scaramuzzo ha messo in evidenza come “ogni essere umano ha bisogno di esprimersi, cioè di esprimere se stesso”, e come il riuscirci “sia fonte di felicità tanto quanto il non riuscirci è causa di disagio. Tutti abbiamo bisogno di un aiuto per esprimerci e per aiutare gli altri ad esprimersi – dice – c’è bisogno inevitabilmente della comprensione dell’altro”. Scaramuzzo nota come “la disabilità aiuta ad entrare nelle profondità del nostro ‘punto vivo’”, di quello spazio profondo dentro di noi nel quale risiede la nostra verità e la nostra essenza, e che spesso è difficile da individuare e sentire mentre si vive una vita in superficie, cioè superficiale. “Pensare al punto vivo dell’altro, aiutarlo ad esprimere, significa avere coscienza chiara del fatto che si tratta del suo punto vivo, non del mio: quindi si tratta di aiutare ad esprimere non quello che vogliamo noi, ma ciò che esiste nell’altro, la sua originalità”. Una cosa non facile, “in un mondo che è pieno di gente che pretende di dirci come ci dovremmo esprimere”.

Secondo Scaramuzzo “un aiuto non si costruisce per caso, non è oggettivo ma soggettivo, costruito nella relazione, nell’incontro, nel trovare le parole giuste. E’ la ricerca di una parola detta da una persona che ci aiuta in percorsi che poi ci accompagnano per anni”. E come si trovano le parole giuste? “La parola giusta la trova l’amore, che si accende poi nell’altro. E’ uno spazio infinito in cui mi pongo, aprendomi alla possibilità di vita: è il sapere che in ogni persona esiste questo ‘punto vivo’”, che non muore mai finché c’è vita, anche in presenza di eventi avversi e negativi. Lo sforzo richiesto a chi aiuta è dunque uno “sforzo di sincerità, una tensione verso l’altro che nasce dal fatto di mettersi nella sua situazione, di essere l’altro, di vestire i suoi panni”. Un’azione seguendo la quale è possibile raggiungere un “oltre” nell’altro, e toccare quel ‘punto vivo’ che genera nuova vita e che ci avvicina al mistero dell’altro, al mistero dell’essere umano. Un incontro che non segue coordinate logico-razionali, ma che penetra nell’essere. Anche, come i progetti realizzati da Inail dimostrano, grazie alla poesia, alla musica, all’arte.

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