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Sport paralimpico e ricerca. Pancalli: “Una sfida di civiltà”

Le conquiste dello sport paralimpico e quelle della ricerca al centro del seminario curato dall’Inail nell’ambito del Festival della Cultura Paralimpica in corso a Padova. Giorgio Soluri, direttore centrale assistenza protesica e riabilitazione Inail: “Assistiti e atleti primi ricercatori. Molti prodotti della ricerca sono diventati offerta strutturata di servizi”

6 novembre 2019

ROMA - “Sviluppare sempre più e meglio la tecnologia ad uso delle persone disabili è una sfida di civiltà. Significa dar loro maggiori opportunità di vivere la propria quotidianità, in qualunque campo esso sia, con maggiore autonomia. Quando noi riconosciamo autonomia alle persone e aiutiamo i loro percorsi di pari opportunità anche attraverso la tecnologia, noi promuoviamo un paese migliore”. Parola di Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico (Cip) intervenuto ieri durante l’incontro pomeridiano sul tema dello “Sport come diritto universale: la ricerca scientifica al servizio dell’atleta paralimpico” nell’ambito del Festival della Cultura Paralimpica in corso a Padova fino al 7 novembre. 
 
Tecnologie e ricerca scientifica negli anni hanno fatto passi da gigante, come spiegato dai diversi relatori del seminario curato dall’Inail, anche grazie allo sport paralimpico, come conferma lo stesso Pancalli. “La ricerca tecnologica è qualcosa di molto di più che non un percorso che aiuta una prestazione sportiva - ha spiegato il presidente del Cip -. Avere protesi più performanti piuttosto che altre attrezzature aiuta la prestazione sportiva, ma è qualcosa che lascia al mondo della disabilità una conquista dalla quale non si torna più indietro”. Per Pancalli, grazie all’Inail negli anni è stato possibile raggiungere risultati importanti. “Quello che Inail sta facendo con un centro di assoluta eccellenza come quello di Vigorso di Budrio è qualcosa di straordinario - ha affermato Pancalli -. La maggior parte dei nostri atleti sono seguiti da Inail, un compagno di squadra ormai, perché le prestazioni e i risultati dei nostri atleti vengono realizzate insieme. Come una squadra. Quando vince Martina Caironi, vince anche la squadra”.
 
Un percorso condiviso, spiega Pancalli, che in questi giorni più che mai porta “in discesa libera” verso le prossime Paralimpiadi di Tokyo 2020. “Sono convinto che i nostri atleti sapranno ancora una volta mostrare il loro valore - ha sottolineato Pancalli -. Dietro i loro risultati ci sta tutta una grande famiglia paralimpica che dal 2000 ricomprende anche Inail e che sta aiutando questo progresso e questo percorso”.
 
A sottolineare l’importanza dello sport per l’Inail come “strumento formidabile per favorire l’autonomia e per favorire il reinserimento nella vita di relazione” è stato invece Giorgio Soluri direttore centrale assistenza protesica e riabilitazione Inail nel suo intervento. “Quella dell’Inail è una vocazione antica alla riabilitazione attraverso la pratica sportiva - ha spiegato Soluri -. Questo perché sul piano fisico l’attività sportiva favorisce il potenziamento della capacità muscolare, respiratoria, anche la gestione della carrozzina. Sul piano psicologico favorisce la capacità di autocontrollo, sviluppa l’autodeterminazione, valorizza le capacità residue e facilita la risocializzazione e l’integrazione”. 
 
Per Soluri, lo sport è una sorta di “superfarmaco che innesca un circuito positivo su corpo, mente e società - ha aggiunto - che sono i tre elementi sui quali si fonda il modello biopsicosociale che sta alla base della presa in carico del lavoratore infortunato da parte dell’Inail”. Secondo Soluri, lo sport è una “palestra utile per attivare quelle competenze che possono rivelarsi importanti per il ritorno al lavoro attivo, perché attiva competenze come il lavoro di gruppo e il riconoscere il valore dell’altro”. In questi anni, ha aggiunto Soluri, “il concetto di riabilitazione ha cambiato profondamente significato. un tempo per riabilitazione si intendeva soltanto la guarigione della parte lesa del corpo. Oggi, per guarigione si intende ristabilire un nuovo equilibrio nella relazione con sé, con gli altri e con la società in generale. Questo significa tornare ad essere autonomi ed è proprio su questi presupposti che si fonda la partnership con il Cip”.
 
Lo scenario, intanto, sta cambiando a livello mondiale. “Il movimento paralimpico nell’ultimo decennio ha avuto uno sviluppo impetuoso e inarrestabile - ha spiegato Soluri -. È stato frutto e motore nello stesso tempo di un mutamento culturale profondo. Gli atleti paralimpici sono modelli di cambiamento perché aiutano a cambiare gli stereotipi, cambiano il modo di vedere la disabilità e cambiano anche il modo dei disabili di vedere se stessi. Se pensate alle paralimpiadi di Roma del 1960 c’erano 23 paesi con 400 atleti, mentre alle paralimpiadi di Rio De Janeiro c’erano circa 4.500 atleti provenienti da 161 paesi”. Un “mutamento culturale epocale” che in Italia, ha aggiunto Soluri è stato “sancito dal legislatore nella legge 205 del 2017 dove la collaborazione tra Inail e Cip ha assunto un’assetto strutturale”. La legge, infatti, prevede che le iniziative per la promozione della pratica sportiva vengano codificati in piani quadriennali elaborati da Inail e Cip ed è in questo ambito che si colloca il “protocollo operativo stipulato recentemente tra Inail e Cip per la sperimentazione di protesi, ausili e ortesi utilizzabili per le discipline sportive agonistiche da parte degli atleti paralimpici”, ha spiegato Soluri. 
 
Attività di ricerca e sperimentazione che viene svolta ormai da anni e con successo presso il centro protesi Inail di Vigorso di Budrio. “La ricerca che il centro protesi svolge nel campo dello sport è una ricerca che ben si coniuga con la più complessiva attività di ricerca dell’Istituto in campo protesico e riabilitativo - ha specificato Soluri -. Questo perché l’Istituto collabora con partner di assoluto rilievo scientifico per la realizzazione di soluzioni tecnologiche all’avanguardia da mettere a disposizione di tutti gli assistiti. È del resto quello che accade nella ricerca applicata allo sport perché dalla sperimentazione delle protesi e degli ausili sportivi possono derivare delle soluzioni da applicare ai dispositivi utilizzabili per la generalità degli altri assistiti. Molti prodotti della ricerca sono diventati offerta strutturata di servizi e mi piace dire che in questo senso, l’assistito, il paziente e nel caso specifico l’atleta diventa il primo ricercatore”.

di Giovanni Augello

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